Death Stranding 2 – recensione no spoilers

Con Death Stranding 2: On the Beach, Hideo Kojima ci riconsegna un’esperienza che oscilla fra l’emozione solitaria della prima uscita e un’irresistibile spinta verso un gameplay più action, inanellando sequenze da cinecomic e staccando a tratti i piedi dal terreno fangoso dei “delivery simulator” per lanciarci in sparatorie tattiche e fughe al cardiopalma.

Trama

Ambientato undici mesi dopo gli eventi del primo capitolo, il gioco ci porta in un’Australia post‑apocalittica dilaniata da maree spettro‑chimiche e creature oscure. Nei panni di Sam Porter Bridges, ora con qualche capello bianco in più e un carico emozionale più pesante, dobbiamo riconnettere coloni isolati alla rete chirale, fronteggiando non solo lo sconquasso naturale, ma anche un misterioso nemico mascherato di rosso e le incognite di un coraggioso “squadra di supporto” che include perfino una chitarra‑arma.

Il racconto, riscritto da zero da Kojima dopo l’esperienza del COVID, incrocia momenti di straziante poesia (il contatto con le vittime di una nuova “piaga”) e sequenze da blockbuster puro, con un montaggio che ricorda i migliori Spike Lee‑in‑VR.

Evoluzione action

Se nel primo Death Stranding gran parte dell’adrenalina nasceva dal bilanciare pacchi e scegliere il percorso meno accidentato, qui l’albero delle abilità – suddiviso fra combattimento, stealth e “servizi di spedizione” – spinge Sam a estrarre fucili, scoccare frecce esplosive e piazzare mine antipersona. Il passo verso un’esperienza più action è netto: gli scontri con le unità CA non sono più cameo opzionali, ma sfide strutturate che richiedono tattica, uso intelligente del terreno e gadget di ogni foggia.

Eppure, la consegna resta al centro: tra un’esplosione e l’altra, torniamo sempre a fare la spola con tonnellate di materiali, come un corriere estremo in un horror fantascientifico.

Un’opera unica

Death Stranding 2 resta un titolo “di nicchia” – ma in senso buono: ovvero unico, riconoscibile, lontano da qualsiasi altra cosa sul mercato. È un’ibridazione perfetta fra walking simulator, action e cinema interattivo, capace di farti emozionare con la semplicità di un passo sotto la pioggia acida e contemporaneamente di stordirti con esplosioni di luce e inquadrature da kolossal. Questo equilibrio, che solo Kojima poteva osare, fa di On the Beach un’opera irripetibile.

Perché Kojima è un mostro sacro

Ideo (Hideo) Kojima non è solo un narratore, ma un regista che maneggia videogame come pellicole Hollywoodiane: ogni dialogo, ogni taglio di camera in-game e fuori, è pensato per suscitare stupore. È considerato uno dei più grandi producer perché, dalla trilogia di Metal Gear Solid in poi, ha sempre spinto i limiti dei motori grafici, del motion capture e dell’immersività, lavorando a stretto contatto con attori e compositori per far uscire dalla console un’esperienza cinematografica a tutti gli effetti.

Profilo tecnico

  • Grafica e motore: il Decima Engine (evoluto rispetto al primo capitolo) regala panorami mozzafiato: rovine di città sommerse, deserti di sabbia rossa e foreste avvolte da nebbie luminescenti. Le texture dei personaggi sono così dettagliate da far venire i brividi e l’aiuto dato dal MetaHuman si vede.
  • Motion capture e doppiaggio: Sam è interpretato con grande pathos da Norman Reedus, che ha rivisitato il ruolo infondendo al personaggio stanchezza e speranza. Il cast internazionale, ora arricchito da voci italiane di alta levatura, regala emozioni sincere.
  • Audio e colonna sonora: Ludvig Forssell e Woodkid confezionano un tappeto sonoro che cambia in tempo reale col tuo stile di gioco: passi, pioggia, spari e momenti d’assenza di suono creano un paesaggio sonoro cinematografico.

Nostalgia di Metal Gear Solid

Non possiamo dimenticare da dove viene Kojima: la saga di Metal Gear Solid rimane un capolavoro mitico, un pilastro che ha insegnato al mondo come si fa cinema interattivo. Quel senso di meraviglia, quel mix di riflessione politica e spettacolo puro, si ritrova in squarci quasi nostalgici anche in Death Stranding 2…ma Sam non è Snake.

Speranze (o stop qui?)

Kojima ha già dichiarato di vedere Death Stranding come una serie, quindi è probabile che ci siano altri capitoli in cantiere. Le idee non mancano ma Kojima stesso ha dichiarato di non voler più essere solo nella direzione di un eventuale seguito. Sembra quasi un sos per cercare sostegno e sinergie vincenti. Speriamo che futuri episodi raffinino il combat system e portino ancora più innovazione narrativa, senza tradire l’anima “da corriere del vuoto” che tanto amiamo. Ma, se questo dovesse rimanere l’atto finale, On the Beach chiuderebbe in bellezza una saga che ha cambiato per sempre il concetto di “gioco come cinema”. E forse sarebbe meglio così.

Spazio all'autore: Sì, On the Beach è straordinario, ma non raggiunge la perfezione assoluta di un 10. A volte la trama si perde in eccessive digressioni filosofiche, e qualche sezione “narrativa” rallenta troppo il ritmo. Manca un livello di polish nel bilanciamento di armi e gadget: talvolta i potenziamenti rendono il gioco troppo facile, spezzando l’equilibrio costruito con fatica. Per essere un autentico capolavoro, servirebbero ritocchi a questi aspetti, e magari una maggiore coesione fra action e consegne, meno disconnessioni narrative. Inutile dire che l'attesa che ci ha separato dall'annunzio e la sua uscita ha creato il dovuto hype tuttavia non stento a dire che manca qualcosa. La novità del primo titolo incuriosiva e l'idea dietro al mondo di Death Stranding è geniale però ricordiamo sempre che deve intrattenere. Forse preferirei vedere Death Strandin tra poltrona e divano con un degno 100 pollici ed un Dolby atmos. Poi che dirvi…sogno sempre il ritorno di Snake…ma quello che forse non ci sarà mai! Ps. La collector edition è stupenda! Riccardo – Ruta Ruta

8
von 10
2025-07-01T17:52:39+00:00