Decision to Leave – Recensione

Grazie a Lucky Red abbiamo potuto assistere all’anteprima stampa di Decision to leave, nuovo film di Park Chan-wook, premiato al Festival di Cannes per la Migliore regia. In Italia arriverà nelle sale il prossimo 2 Febbraio.

Segue la recensione senza spoiler del film, un thriller sentimentale, della durata di 138 minuti, che riesce sapientemente ad amalgamare il genere poliziesco e quello romantico.

Il regista - cambio di tono rispetto al passato

Park Chan-wook è un regista sudcoreano, che ha ottenuto il successo in occidente grazie alla cosiddetta Trilogia della vendetta, tre film che trattano lo stesso tema del “regolamento di conti” da diversi punti di vista, nonostante non siano collegati a livello di sceneggiatura. Il più famoso dei tre è sicuramente Old Boy, con il quale il regista ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2004, dove ricevette anche il plauso del regista statunitense Quentin Tarantino.

Come facilmente ipotizzabile questo film cambia completamente tono rispetto ai precedenti del regista. Come anche dichiarato in un’intervista, i suoi precedenti film erano realizzati con il proposito di provocare una reazione forte, Decision to Leave è invece un film che vuole coinvolgere il pubblico in modo sottile catturandone l’attenzione un po’ alla volta. Per cui non c’è troppa violenza, non ci sono nudi o eccessivo sangue, di cui faceva largo uso nelle precedenti pellicole.

Sinossi e sviluppo

La sinossi del film è molto semplice, il detective Hae-joon, mentre indaga sulla morte di un uomo precipitato misteriosamente dalla montagna, incontra la sfuggente Seo-rae, giovane vedova della vittima, che non sembra essere sconvolta per la scomparsa del marito e che, proprio per questo, diventa subito la principale sospettata dell’omicidio. La donna riesce a destare l’interesse del detective e ad accendere in lui un sentimento quasi morboso, che lo porterà a mettere in pericolo la sua professione.

Partendo da questo incipit la storia spazia tra splendide scenografie, sia montuose, che marine, in un contrasto che funziona grazie all’ottima regia e ad un montaggio molto particolare. In un turbinio di emozioni e sorprese, ma anche con momenti molto esilaranti, che strappano più di qualche risata al pubblico, si viene accompagnati nella mente dei due protagonisti, fino ad un finale tutto da scoprire, che va oltre la colpevolezza o meno di Seo-rae e il lavoro investigativo di Hae-joon.

I personaggi - un duo che buca lo schermo

Inutile dire che l’intera vicenda si poggia sui due protagonisti, splendidamente interpretati da Park Hae-ilTang Wei. Soprattutto con la Wei, essendo di origini cinesi, si è fatto un lavoro di costruzione del personaggio basato sulle caratteristiche dell’attrice e sarà molto difficile mantenere alcuni dialoghi nell’adattamento italiano (l’anteprima era in coreano sottotitolato [n.d.r.]). I due protagonisti sono molto diversi per caratteristiche, ma si influenzeranno a vicenda ed evolveranno in modi inaspettati. Entrambi gli attori sono stati all’altezza del meticoloso lavoro del regista, ogni inquadratura sui due ha un senso nella storia e grazie alla loro espressività ed alchimia hanno restituito ciò che la sceneggiatura voleva mostrare agli spettatori.

Considerazioni finali

L’ultimo lavoro di Park Chan-wook è un film nettamente diverso dai suoi lavori precedenti, non è sicuramente adatto a tutti, la storia si dipana, sì, attraverso i gesti dei personaggi, ma soprattutto tramite il fattore emotivo e psicologico che si sprigiona dopo il loro incontro. Se ci si aspetta un poliziesco con sparatorie, sangue ed inseguimenti non è il film adatto, se si cerca invece un racconto coerente e intimista, dove i personaggi sono al servizio della trama allora dal 2 Febbraio dovreste dargli una chanche.

VOTO: 8

Spazio all'autore

Sono rimasto molto soddisfatto da questo film, avevo già letto che non mi sarei ritrovato davanti al classico film di Park Chan-wook, ma sono stato ben felice di provare questa nuova declinazione dell’autore. Devo dire che nella parte mistery/investigativa ci sono molti più misteri da risolvere di quanti si possa credere all’inizio e ci ho rivisto un po’ di Hitchcock, per via dell’ironia e del macabro che impregna un po’ tutta la pellicola. La regia e il montaggio sono sicuramente il punto di forza del film e riescono a non far pesare troppo le due ore e venti di durata, che è forse l’unica critica che mi sento di fare, con venti minuti/mezz’ora in meno forse si poteva rendere il tutto più leggero e magari più alla portata del grande pubblico, anche se ovviamente non sono questi gli obiettivi di una pellicola del genere.

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