Dragon Age: Absolution – Recensione

Sono ormai molte le produzioni animate tratte dal mondo videoludico aggiudicatesi il merito non solo di aver ridato nuova linfa ad alcuni franchise, ma anche di aver attirato un pubblico più ampio e variegato rispetto ai soli videogamer. Così come esistono prodotti splendidamente riusciti quali Cyberpunk: Edgerunners e Arcane (qui la nostra recensione) ci sono anche quelli che non lo sono. Dragon Age: Absolution, purtroppo, si classifica tra questi ultimi. Per l’occasione Netflix avvia una collaborazione con BioWare, originale ideatore della fortunata serie di videogiochi di ruolo, e collaboratore attivo nella realizzazione della narrazione per questa serie tv. Per quanto riguarda il comparto animazione, troviamo invece lo studio coreano Red Dog Culture House (The Witcher: Nightmare of the Wolf; l’episodio Good Hunting tratto da Love, Death & Robots).

Stesso posto, compagnia diversa

Assoldata da una vecchia fiamma, Miriam si unirà ad un gruppo di mercenari come lei per rubare un prezioso e potente manufatto magico, il Circulum Infinitus. Affiancata dai nuovi compagni, la giovane elfa sarà costretta ad affrontare il proprio doloroso passato, fatto di schiavitù e oppressione. Dragon Age: Absolution si presenta con una storia e personaggi inediti, pur mantenendosi fedele al materiale originale che caratterizza il franchise videoludico. Ritroveremo quindi numerosi elementi familiari, dall’Impero di Tevinter alla schiavitù elfica, fino alle diverse razze che popolano il mondo fantasy di Dragon Age, inclusi i Quinari.

Una storia che non lascia il segno

Dragon Age: Absolution è uno show che da subito si dimostra frettoloso e di essere rivolto principalmente ai fan di lungo corso della serie. Sin dai primi minuti del programma veniamo bombardati con informazioni su avvenimenti ed elementi del mondo fantasy, per i quali non viene fornita la benché minima spiegazione, dando per scontato l’intero background della saga e generando confusione nello spettatore profano. Il poco tempo a disposizione (6 episodi di 25 minuti l’uno circa) non lascia nemmeno lo spazio per approfondire al meglio un cast ricco di spunti interessanti, che pertanto risulta tratteggiato in maniera superficiale e stereotipata, sia individualmente che nei rapporti interpersonali. La narrazione, non particolarmente articolata, non genera alcun pathos e la gestione del colpo di scena finale fa si che questo risulti parzialmente prevedibile già dal quarto episodio.

Animazione

Alcune pecche oscurano anche il fronte dell’animazione, che non sempre si mostra all’altezza degli standard necessari per una serie d’azione. La qualità generale risulta buona, ma altalenante, in certi casi poco dettagliata e statica. Dragon Age: Absolution non si distingue quindi da tanti altri prodotti caratterizzati da un livello d’animazione abbastanza nella media. Un punto a favore va però riconosciuto per l’ottima articolazione dei combattimenti, realistici e complessi, oscurati da un’animazione che non sempre riesce a tenere il passo e che offusca la loro luce. Pur essendo l’aspetto meglio riuscito dell’intera opera, non risulta comunque sufficiente per compensare tutte le altre mancanze.

Voto: 6

Spazio all’autore

Mi sento di dire che una parte di me non aveva grandi aspettative per questa serie, ma la speranza di non rimanere totalmente delusi mi aveva spinto a darle una possibilità. La ritengo un’opportunità sprecata per creare qualcosa sarebbe potuto risultare davvero interessante. La parola d’ordine qui è troppo. Troppo poco tempo, troppe informazioni tutte insieme, troppi sviluppi appena accennati. Quando si dice che il troppo stroppia.

Margherita -_maggie_r
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