Dragon Quest I & II HD-2D Remake – recensione

Salve, valorosi Gamers di ogni pixel e melma blu! Oggi si torna alle radici del JRPG con due titoli leggendari rifatti a nuovo. Preparate spade e incantesimi, perché stiamo per tuffarci in Dragon Quest I & II HD-2D Remake, un bundle che riporta in vita i primi due capitoli della saga di Yuji Horii in tutto il loro splendore rétro-moderno. Pronti? Andiamo a salvare il mondo – di nuovo!

Premessa doverosa

Dragon Quest I (1986) e II (1987) furono i capostipiti dei JRPG su console, pietre miliari che hanno ispirato decenni di giochi di ruolo (Final Fantasy incluso). Questo remake in HD-2D – annunciato a sorpresa dopo il progetto di DQ III – li ripropone in un unico pacchetto, modernizzandoli per la nuova generazione. In altre parole, “una stupefacente reimmaginazione dei primi due leggendari capitoli della trilogia di Erdrick”.

Se siete cresciuti a pozioni e punti esperienza come il sottoscritto, vi farà piacere sapere che questi classici non sono solo rimasterizzati, ma ricreati con amore per mantenere intatto il fascino originale e aggiungere qualche quality of life in più.

Trama & Atmosfera

Il re di Tantegel dà il via alla tua quest: dialoghi fiabeschi in stile medievale, proprio come nell’originale DQ del 1986.

Le vicende di Dragon Quest I e II sono semplici e dal sapore fiabesco, ma rappresentano le fondamenta del mito di Erdrick. Curiosamente, Dragon Quest III (uscito anni dopo) è la precisa “origine” della storia: DQ I e II ne sono i seguiti diretti a livello cronologico. In DQ I ci troviamo qualche generazione dopo le imprese dell’eroe leggendario Erdrick: il regno di Alefgard è di nuovo nelle grinfie del male. Il diabolico Dragonlord (che nome fantasioso, eh?) ha scatenato orde di mostri sul mondo, rapito la Principessa Gwaelin e punta a conquistare tutto. Tocca a noi, discendenti di Erdrick, raccogliere spada e armatura, e riportare la luce nel regno. DQ I è insomma il classico viaggio dell’eroe solitario: parti dal castello di Tantegel con una missione chiara (salvare la principessa, sconfiggere il cattivone draconico) e nessun compagno a cui badare se non la tua ombra.

In Dragon Quest II passano diverse generazioni dalla vittoria sull’Oscurità. I discendenti dell’eroe hanno fondato tre regni prosperi (Midenhall, Cannock e Moonbrooke), ma – sorpresa! – il male risorge sotto forma di un perfido stregone, Hargon, deciso a evocare un’oscura divinità distruttiva. Dopo un incipit bello tosto (il castello di Moonbrooke rasa al suolo e la famiglia reale sterminata), tre giovani eredi di Erdrick – il principe di Midenhall, il principe di Cannock e la principessa di Moonbrooke – si uniscono per fermare Hargon e salvare il mondo. DQ II è più epico e “party-based”: abbiamo tre eroi giocabili con abilità diverse, che viaggiano per un mondo molto più vasto e vario, tra continenti e isole da esplorare in nave. La trama rimane lineare e classicheggiante (siamo pur sempre negli anni ‘80), ma in questo remake gli sviluppatori l’hanno arricchita con nuove scene e personaggi secondari per darle più spessore. Ad esempio, ricordo che in DQ I originale scoprivi di essere discendente di Erdrick leggendo una tavoletta in una grotta, trovata lì per caso. Ora invece quell’evento è stato trasformato in una piccola caccia al tesoro competitiva: incontri un gruppo di avventurieri rivali che cercano la stessa reliquia, aggiungendo contesto e qualche dialogo in più. Piccoli grandi tocchi di narrativa che modernizzano l’esperienza, pur restando fedeli allo spirito originale.

L’atmosfera generale dei due giochi è rimasta deliziosamente anni ‘80, con quel mix di ingenuità e magia fiabesca. I dialoghi localizzati in italiano (sì, testi in ITA) mantengono volutamente uno stile arcaico/medievaleggiante – chi ha giocato Dragon Quest sa che i traduttori si divertono con “thou”“ye olde” e compagnia bella. E infatti il re vi parlerà con formule solenni e arcaiche, i NPC nei villaggi avranno accenti buffi (un classico di DQ) e persino la Principessa Gwaelin vi dirà “I love thee” quando… vabbè, niente spoiler! Il risultato è che sembra di sfogliare un libro di fiabe illustrato: il mood è leggero, fiabesco, con punte di oscurità (soprattutto in DQ II, dove regni cadono e città vengono distrutte – c’è persino una cittadina ridotta in un deserto di paludi velenose dal nemico). L’aggiunta di qualche scena in più dà anche più carattere ai personaggi: ad esempio Gwaelin, la principessa del primo gioco, ora ha più spazio e backstory, rendendo più credibile il suo legame col protagonista. Anche in DQ II tanti NPC hanno nomi e dialoghi estesi, e il gioco introduce nuovi personaggi amici (come il prode Caradoc, un cavaliere chiacchierone) che si uniscono a voi in sezioni temporanee per aiutarvi. Insomma, la narrazione è sempre semplice e lineare – niente scelte o ramificazioni – ma guadagna in vivacità, avvicinandosi agli RPG 16-bit in termini di eventi e world-building.

In tutto questo, la colonna sonora e la grafica (di cui parliamo a breve) giocano un ruolo enorme nel creare atmosfera. Appena parte l’Overture di Dragon Quest (il tema principale), vi sentirete trasportati in un’altra epoca: poche note ed è subito 1986. È incredibile come Dragon Quest riesca ancora oggi a emanare quel calore nostalgico: eroi senza nome ma dal cuore puro, villaggi pieni di personaggi strambi, un mondo minacciato dall’oscurità ma fondamentalmente positivo e ottimista. Questa doppia avventura è un promemoria del perché Dragon Quest è così amato e rispettato ancora oggi. Nel regno dei JRPG, potrebbe non avere la complessità di un moderno Final Fantasy, ma ha un cuore enorme. E noi nerd di vecchia data, diciamolo, ogni tanto abbiamo bisogno di tornare dove tutto è iniziato… magari ridendo sotto i baffi per qualche ingenuità della storia, ma con gli occhi lucidi per la nostalgia.

Gameplay – “Vecchia scuola” 2.0

Un classico scontro in Dragon Quest I: il nostro eroe solitario fronteggia i famigerati Slime! Menù a turni, comandi semplici e quella domanda eterna: attacco o uso una magia?

Se avete mai giocato a un JRPG classico, sapete già cosa vi aspetta: esplorazionecombattimenti a turni e salire di livello a suon di punti esperienza. Dragon Quest I & II HD-2D Remake non stravolge questa formula – anzi, la onora in pieno – ma introduce una serie di migliorie per adattarla ai tempi moderni. Vediamo con ordine.

Struttura di gioco: entrambi i titoli seguono il canovaccio tradizionale della serie. Si parte da un castello o villaggio base, si esplora un overworld pieno di mostri casuali (occhio: gli incontri avvengono random, old-school style, con schermata di battaglia a parte), si visitano città per comprare equipaggiamento e parlare coi PNG, e si affrontano dungeon (grotte, torri, santuari) dove trovare chiavi, artefatti e boss da sconfiggere per proseguire nell’avventura. Non esistono quest secondarie particolarmente elaborate né scelte morali: l’obiettivo è lineare (trova gli emblemi, salva i regni, sconfiggi il boss finale). Tuttavia, DQ II in particolare richiede un bel po’ di esplorazione libera: puoi girare il mondo quasi a piacere via terra o mare, e sta a te scoprire dove andare dopo, parlando con gli abitanti che lasciano indizi. Nel remake, fortunatamente, hanno pensato di aiutarci un po’: c’è una mini-mappa con segnali utili e un indicatore di destinazione che ti suggerisce dove dirigerti per la prossima missione. Non temete, puristi: potete anche disattivare questi aiuti e affidarvi solo al vostro istinto (o ai vostri appunti, se volete fare i nostalgici al 100% ).

Combattimenti: il battle system è a turni puri, a incontri casuali, in prima persona (vedi i mostri di fronte a te, ma non i tuoi personaggi sullo schermo, come da tradizione DQ). I comandi sono classicissimi: Attacca, Magie, Oggetti, Fuga, etc. Qui arriviamo a una grossa differenza tra i due giochi: in Dragon Quest I sei da solo – un eroe contro il mondo – mentre in Dragon Quest II avrai un party di 3 personaggi. Questa distinzione influenza molto il gameplay. In DQ I, ogni scontro è uno contro tutti: incontri da 1 fino a 3-4 mostri contemporaneamente, ma tu hai un solo attacco per turno. Questo rende il gioco sia più semplice (meno cose da gestire) sia insospettabilmente più difficile: sei senza backup, se un nemico ti paralizza o ti addormenta, non c’è un compagno pronto a curarti… game over!

Infatti, ammetto di aver sudato in certe situazioni: alcune combinazioni di mostri in DQ I sono letali per un eroe solitario – basta un brutto status alterato (sonno, paralisi, paura) e ciao, schermo del game over. Non c’è tattica che tenga: se gli dèi dell’RNG decidono di farti una grazia o una carognata, la subirai e basta. Ho apprezzato la sfida, perché costringe a prepararsi bene(livellare un po’, portare erbe curative, equipaggiare gli accessori anti-Status giusti), però capisco che a tratti possa sembrare frustrante o “squilibrata” come difficoltà. Del resto, il motore di gioco del remake è lo stesso usato per DQ III HD-2D (dove hai un party di 4) e si vede: DQ I ti lancia contro gruppi di nemici pensati per un team completo, mentre tu sei uno solo. È hardcore, nel bene e nel male.

In Dragon Quest II invece il gameplay torna ad essere più bilanciato e vario. Con tre eroi in squadra, finalmente puoi adottare strategie più articolate: il principe di Midenhall mena forte con la spada ma non sa usare magie; il principe di Cannock è un mago equilibrato (sa curare e lancia qualche incantesimo offensivo); la principessa di Moonbrooke è la maga pura, con potenti magie d’attacco e di supporto ma fragilina in difesa. Questo significa che in battaglia puoi, ad esempio, potenziare i personaggi, indebolire i nemici, curarti mentre un altro attacca, e così via. Il remake ha persino integrato il sistema di Tattiche già visto in altri DQ: puoi impostare l’IA dei compagni su comportamenti tipo “Attacca a volontà”“Conserva MP”“Concentrati sulle cure”, così da velocizzare gli scontri con i mostri meno impegnativi (anche se, personalmente, ho preferito impartire ordini manualmente quasi sempre). La differenza rispetto a DQ I si sente: giocando a Dragon Quest II HD-2D ho proprio avuto la sensazione di “tornare a casa”, con un party completo che sfrutta appieno il motore di gioco pensato per più eroi. Non a caso, DQ II risulta l’avventura più lunga e sostanziosa delle due, ed è anche quella su cui il team di sviluppo ha fatto il lavoro maggiore in termini di espansione di contenuti. Ci sono nuovi dungeon opzionali, nuove scene narrative, boss potenziati e perfino un finale extra segreto se completi entrambe le quest… insomma, DQ II in questa raccolta brilla come il pezzo forte, mentre DQ I rimane quasi un antipasto (gustoso ma leggero).

Detto ciò, entrambi i giochi sono rimasti piuttosto old-school nelle meccaniche di base: preparatevi a tanto grinding(soprattutto in DQ II dovrete livellare ben bene prima di affrontare Hargon & soci), e a qualche backtracking qua e là (il mondo è vasto ma all’epoca non c’erano “fast travel” generosi: nel remake c’è comunque l’Incantesimo Zoom per teletrasportarsi nelle città già visitate). La buona notizia è che sono stati implementati numerosi Quality of Life improvements per limare gli spigoli dell’epoca. Ve ne elenco alcuni:

  • Indicatore obiettivo sulla mappa (come detto prima) per sapere sempre dove andare, utile se vi bloccate.
  • Enciclopedia & suggerimenti: un menu di “Consigli del viaggiatore” spiega le basi del gioco e tiene traccia di informazioni importanti (ad es. quanti emblemi avete trovato in DQ II).
  • Salvataggi rapidi: oltre ai salvataggi presso i re (come da tradizione), potete salvare in qualunque momento fuori dalle battaglie. Fine del terrore da “se muoio perdo un’ora di progressi”.
  • Opzione Retry: se tutto il party viene sconfitto, potete scegliere di ripartire dal punto d’inizio senza spegnere il gioco – in pratica un continue che vi evita di ricaricare manualmente il salvataggio precedente. Meno penalità per il game over, più tempo a giocare.
  • Battaglie accelerate: c’è la possibilità di aumentare la velocità degli scontri (fino a 4x), comodissimo per farmare XP e oro più in fretta. Attivare/disattivare la velocità turbo è semplicissimo (basta un tasto durante i combattimenti).
  • Difficoltà personalizzabile: di base il livello di sfida è stato bilanciato in modo fedele agli originali (quindi tosto al punto giusto). Ma se volete un’esperienza più rilassata o, al contrario, più hardcore, potete regolare la difficoltà. In particolare, c’è la modalità “Draconian Quest” che funge da hard mode per i veterani masochisti. Si tratta di selezionare malus opzionali (es. mostri più forti, niente oro guadagnato, ecc.) per rendere il tutto ancorapiù old-school. Al contrario, potete anche abbassare la difficoltà per godervi la storia senza troppe seccature. In breve, il remake vuole accogliere sia i nuovi giocatori (facilitazioni benvenute) sia i fan di lunga data (sfide aggiuntive se le cercate).

Nuovi contenuti & differenze: al di là di quanto già menzionato (scene extra, dungeon nuovi), segnalo qualche chicca. In DQ I ora è presente un’arma leggendaria aggiuntiva e dei nuovi accessori prima assenti (es: Orecchini Antigelo per resistere agli attacchi di ghiaccio) introdotti con una patch day-one. In DQ II, oltre a nuove location, hanno inserito puzzle ambientali inediti in alcune torri e caverne, giusto per sorprendere chi conosceva a memoria i labirinti originali. Interessante anche la presenza di scene post-credit che collegano meglio DQ II con DQ III, creando continuità narrativa nella trilogia di Erdrick (fan service ben fatto!). Ah, e finalmente nei menu c’è il tasto per equipaggiare automaticamente gli oggetti migliori – sembra banale, ma nel 1987 dovevi farlo manualmente voce per voce.

In sintesi, sul fronte gameplay questo doppio remake riesce nel difficile intento di restare fedele al 100% alle meccaniche dell’era 8-bit (per la gioia dei puristi) offrendo però abbastanza comodità moderne da evitare al giocatore contemporaneo ogni frustrazione inutile. Il tutto senza snaturare la sfida: vi avviso, il gioco può ancora essere tosto e old-school (specie DQ I nelle fasi avanzate: alcuni boss hanno tonnellate di HP e vi daranno filo da torcere, preparate i vostri Eteri… anzi, le vostre Ali di Chimera), ma ora avete strumenti per gestire la cosa a vostro piacimento. E se proprio non volete aiuti, potete ignorarli e giocare esattamente come si faceva all’epoca – controller alla mano e pazienza zen.

Grafica & Tecnica – Pixel art in salsa HD-2D

Esplorando il mondo di Dragon Quest II in HD-2D: visuale nostalgica a volo d’uccello, mini-mappa in alto (grazie, QoL!) e paesaggi incantevoli resi con grafica moderna.

Visivamente, Dragon Quest I & II HD-2D Remake è, senza mezzi termini, una gioia per gli occhi. Il gioco sfrutta lo stile grafico HD-2D reso popolare da titoli come Octopath Traveler: in pratica, sprite 2D disegnati con lo stile originale di Akira Toriyama (character design) e Yuji Horii (monster design) vengono inseriti in ambienti 3D con effetti di illuminazione, profondità di campo e shader moderni. Il risultato è un diorama vivente, che unisce il fascino del pixel retrò a scorci e prospettive dinamiche ultra-contemporanee. Alefgard (il mondo di DQ I) e i continenti di DQ II non sono mai sembrati così vivi: ricordo le versioni NES dove castelli e città erano fatti di pochi pixel… beh, adesso quei castelli sono maestosi, pieni di dettagli, con vetrate che riflettono la luce e torce che proiettano ombre tremolanti sulle pareti. Le caverne oscure ora sono vere grotte tridimensionali, piene di stalattiti e laghetti sotterranei, dove la luce della tua torcia si riflette sulle pareti umide. I dungeon a più piani (come le celebri Torri in DQ II) beneficiano di un effetto prospettico: puoi vedere parti dei piani superiori/inferiori in trasparenza, il che aiuta anche nell’orientamento e dona realismo architettonico (altro che i “blocchi” uniformi dell’8-bit!). I mostri poi… tenetevi forte: vedere un gruppo di Slime e Dracky (i pipistrelli) realizzati in sprite 2D ad alta definizione, animati fluidamente, con colori vividi e quel pizzico di bloom che li fa quasi saltare fuori dallo schermo, è un piacere senza tempo per qualunque fan della serie.

Tecnicamente su Switch 2 il gioco gira in maniera impeccabile: 60 fotogrammi al secondo stabili in modalità Performance. Esiste una modalità Qualità (grafica leggermente più rifinita, ombre un filo più dettagliate) che però dimezza il frame rate a 30 fps – onestamente la differenza visiva è minima, mentre la fluidità a 60 fps si sente eccome, quindi ho lasciato su Performance per godermi animazioni morbidissime (una goduria vedere i personaggi correre o i mostri ondeggiare in battaglia così fluidi). In portatile, la risoluzione viene abbassata un po’ e si nota un leggero blur (effetto sfocatura) sui dettagli lontani, ma nulla che rovini l’esperienza; anzi, giocare Dragon Quest I-II sullo schermo della Switch 2 è come avere un mini diorama fantasy tra le mani. Va anche detto che la direzione artistica ha rispettato moltissimo i design originali: ogni tile di terreno, ogni edificio è riconoscibile per chi li ha visti su NES/SNES, solo che ora hanno profondità e dettaglio. Ad esempio, la cittadina di Brecconary (DQ I) ora ha piccoli dettagli come fiori lungo le case, le insegne delle botteghe in pixel art pendono e si muovono al vento, e di notte (sì, c’è un ciclo giorno-notte come negli originali) le finestre delle case emanano un bagliore caldo davvero suggestivo.

Una menzione speciale va fatta al design dei menu e interfaccia: hanno uno stile retro che imita le finestre originali (col font classico di DQ) però adattati in modo intelligente. Per dire, nell’HUD di esplorazione ora c’è una barra della vita visibile sempre (in DQ1 su NES dovevi aprire il menu per vedere gli HP!), e nella schermata di battaglia, sebbene sembri minimale, avete tutte le info necessarie senza sovraffollamento. Mi piace molto anche l’effetto vignette e depth of field(sfocatura dello sfondo) che dà un look diorama come se i personaggi fossero miniature su un set – è davvero l’essenza dell’HD-2D e qui tocca forse il suo apice su console Nintendo. Non a caso, questo potrebbe essere il miglior utilizzo dell’HD-2D visto finora su Switch, superiore persino a Octopath Traveler in termini di colpo d’occhio.

Durante la mia prova non ho riscontrato bug grafici né rallentamenti. Anche su Switch “1” standard (ho provato a inserirla lì per curiosità) il gioco regge bene a 30 fps fissi, con qualche aliasing in più magari, ma nulla di tragico. Insomma, tecnicamente Square Enix e il team Artdink hanno fatto i compiti a casa: stabilità, pulizia e ottimizzazione. Unico neo minore, se proprio vogliamo: gli sprite dei personaggi, pur essendo adorabili, a volte risultano un pochino statici nelle espressioni – avrei gradito magari qualche frame extra quando esultano o subiscono colpi. Ma è davvero cercare il pelo nell’uovo in un comparto visivo eccellente. D’altronde, l’obiettivo era preservare lo stile classico di Toriyama, e lo hanno fatto in maniera impeccabile: sembra di vedere gli sprite 8-bit originali “rinati” in alta definizione.

Piccola curiosità: anche gli artwork originali (quelli disegnati a mano) trovano spazio in-game, come illustrazioni nei manuali virtuali e nella schermata di caricamento. Un bell’omaggio per i fan storici. E ovviamente non mancano gli effetti sonori originali: il jingle quando salite di livello, il trillo quando trovate un oggetto segreto… tutti riprodotti come ve li ricordavate, forse solo un po’ più cristallini all’orecchio moderno.

Audio & Musica

Se la grafica scalda il cuore, l’audio non è da meno. Le musiche composte dal compianto Koichi Sugiyama – autore storico delle colonne sonore di Dragon Quest – sono state riarrangiate e rieseguite da un’orchestra sinfonica (la Tokyo Metropolitan Orchestra) appositamente per questo remake. Il risultato? Beh, sentire l’ouverture di Dragon Quest con un’orchestra completa in surround fa venire i brividi. Ogni traccia mantiene le melodie classiche, ma con strumenti reali che aggiungono profondità e potenza: i flauti e gli archi donano magia al tema del mondo, mentre ottoni e percussioni enfatizzano i brani di battaglia e di boss. C’è un’attenzione quasi filologica nel rispettare i pezzi originali, ma al contempo una pulizia e qualità audio moderna che li rende godibilissimi oggi.

Devo dire che molte delle atmosfere cozy e fiabesche di cui parlavo prima sono create proprio dalla colonna sonora: ad esempio, il tema del villaggio è così dolce e familiare che ogni volta che entravo in una nuova città mi mettevo le cuffie per assaporarlo meglio. E il tema del castello, con quei corni maestosi, ti fa sentire davvero un eroe sul punto di partire per un grande viaggio. È incredibile come Dragon Quest I & II abbiano pochune tracce (erano giochi piccoli dopotutto), eppure ogni brano è iconico. Nel remake la tracklist non è enorme – parliamo di una manciata di tracce per gioco, dopotutto erano titoli da NES – ma la qualità sopraffina delle registrazioni compensa ampiamente la quantità. Vi ritroverete a canticchiare il tema del combattimento anche fuori dal gioco, garantito.

Sul fronte effetti sonori, come accennato, c’è un misto di nostalgia e aggiornamento: molti suoni classici (aprire il menu, salire di livello, dormire in locanda) sono stati preservati pari pari dagli originali, magari con un leggero remix. Le nuove aggiunte come l’audio ambientale (vento nelle pianure, eco nelle caverne, rumore del mare quando siete in barca) arricchiscono l’immersione senza strafare. Hanno mantenuto un sound design semplice e pulito, in linea con l’epoca, ma con tocchi di modernità quando serve.

E ora veniamo a una novità interessante: il doppiaggio. Ebbene sì, per la prima volta questi due giochi hanno dei dialoghi parlati – non in tutte le scene, ma in diversi momenti chiave. Ad esempio, il discorso iniziale del Re di Tantegel in DQ I è doppiato in inglese (niente italiano, purtroppo, ma almeno i sottotitoli ci sono). La voce è calda e solenne, proprio come l’avrei immaginata. Anche Gwaelin ha qualche linea doppiata, e in DQ II ci sono scene filmate (tipo il prologo con l’attacco al castello di Moonbrooke) completamente doppiate con voci drammatiche. Il doppiaggio inglese è di ottima qualità – si sente che non hanno lesinato sul casting. Anzi, con la patch del day-one ne hanno aggiunto ancora di più, perché inizialmente alcune scene non erano doppiate e la community ha apprezzato questa integrazione.

Personalmente, ho trovato il voice-acting azzeccato e non invasivo: si manifesta solo nei momenti più importanti, aggiungendo enfasi emotiva (sentire i “NOOO!” dei personaggi durante le sequenze drammatiche fa decisamente effetto). Per il resto, la maggior parte dei dialoghi rimane testuale com’era un tempo – e onestamente va bene così, anche perché leggere quei dialetti buffi è parte del divertimento in Dragon Quest.

Una chicca per audiofili: nel menu opzioni potete scegliere tra audio stereo e surround, regolare i volumi di musica, effetti e voci separatamente, e persino ascoltare l’intera OST in un player musicale sbloccabile dopo aver finito i giochi. Insomma, i fan della colonna sonora saranno al settimo cielo.

TL;DR: Giocate Dragon Quest I & II HD-2D Remake con le cuffie. Seriamente, fatelo: immergersi nel mondo di Alefgard accompagnati da queste musiche sublimi aumenta a dismisura il coinvolgimento. Provato sulla mia pelle durante una sessione notturna: sembrava di stare attorno a un falò in un accampamento di eroi erranti… con la differenza che ero sul divano di casa a combattere melme blu sullo schermo .

Punti di forza

  • Operazione nostalgia riuscita: i primi due Dragon Quest rivivono in una veste moderna ma rispettosa. Un viaggio nel tempo per i fan, imperdibile per chi ama la storia dei JRPG.
  • Grafica HD-2D incantevole: stile diorama curato nei dettagli, sprite fedeli all’arte di Toriyama, ambienti ricchi e animati a 60 fps granitici su Switch 2. È probabilmente la miglior implementazione dell’HD-2D su console Nintendo finora.
  • Colonna sonora orchestrale: musiche leggendarie riarrangiate e suonate divinamente. Ogni brano esalta l’atmosfera (dall’epico al rilassante) e vi resterà in testa a lungo.
  • Qualità della vita & opzioni: indicatori di rotta, salvataggi rapidi, velocizza-scontri, difficoltà modulabile… tutti accorgimenti che rendono l’esperienza scorrevole per i neofiti senza togliere nulla ai puristi.
  • Tanti contenuti extra: nuove scene e dialoghi che approfondiscono la trama (soprattutto in DQ II), dungeon aggiuntivi e segreti inediti sparsi qua e là. Anche chi ha giocato gli originali troverà sorprese ed elementi inaspettati.
  • Importanza storica: rigiocare (o scoprire) Dragon Quest I & II oggi, in questa forma, è come sfogliare un capitolo di storia videoludica vivo e pulsante. Un must per qualsiasi appassionato di JRPG che voglia capire da dove tutto ha avuto inizio.

Aspetti da migliorare

  • Dragon Quest I è “basic”: per quanto abbiano ampliato la storia, il primo DQ resta un gioco molto semplice e breve (lo si finisce in ~10 ore). Inoltre il bilanciamento risente dell’età: affrontare gruppi di nemici da soli può risultare ingiusto o frustrante in alcune situazioni. Insomma, si sente che era un prototipo di JRPG – godibile, ma figlio del 1986.
  • Design old-school non per tutti: inventario limitato, grinding necessario e trama lineare potrebbero spiazzare i giocatori abituati a GDR più moderni. Il remake attenua questi aspetti, ma la struttura ripetitiva “vai al dungeon X, sconfiggi boss, ripeti” rimane. È il charme del vintage, che però potrebbe annoiare chi cerca meccaniche più innovative.
  • Niente contenuti extra “fuori gioco”: considerato il bundle e il valore storico, avrei gradito una galleria o un museo interno (sketch, artwork originali, making-of). Peccato, non c’è nulla del genere.
  • Coerenza audio non totale: il doppiaggio è ottimo ma non onnipresente – alcune scene cruciali sono parlate, altre no, e manca del tutto il doppiaggio in italiano (solo ENG). Una nicchia, ma vale la pena segnalarlo per chi ci teneva al full voice-over.

Spazio all’autore: Una scena inedita in Dragon Quest II: i nostri eroi esplorano i resti di una città maledetta. Momenti così drammatici evidenziano quanto la serie sapesse già osare nei toni, nonostante l’epoca. Confesso di aver atteso questo remake con l’entusiasmo di un bimbo al negozio di caramelle. I JRPG possono sembrare vetusti, con i loro turni lenti e le storie semplici, ma sono i giochi con cui la mia generazione di videogiocatori è cresciuta. Dragon Quest, Final Fantasy e compagnia: erano la nostra porta su mondi fantastici in un’epoca in cui la grafica lasciava molto all’immaginazione. Giocando a Dragon Quest I & II HD-2D Remake, mi sono reso conto di quanto queste avventure, pur antiquate, abbiano ancora un’anima incredibilmente coinvolgente. Certo, oggi come adulti vediamo tutti i limiti – “quality of life” era fantascienza allora – però proprio per questo ho adorato il modo in cui questo remake bilancia passato e presente. È come vedere un vecchio film restaurato in 4K: la pellicola resta quella, ma i colori brillano di nuova vita. Dragon Quest ha un posto speciale nel mio cuore di nerd. Ricordo quando, ragazzino, infilavo la cartuccia di Dragon Warrior (così era chiamato in Occidente) nel NES: non capivo bene l’inglese, disegnavo le mappe su carta millimetrata e mi perdevo continuamente… ma che magia. Ogni mostro sconfitto, ogni livello guadagnato era una conquista epica. Ritrovare oggi quegli stessi suoni, quelle stesse melodie – e vedere gli Slime sorridermi in HD – è stato un tuffo al cuore. E allo stesso tempo, poter godere di feature come la mappa integrata o le battaglie veloci mi ha fatto pensare: “accidenti, avrei tanto voluto averle all’epoca!”. Forse mi sarei risparmiato ore a girare in tondo cercando il prossimo obiettivo (sì, *caverna maledetta di DQ II, parlo di te! ). Nel panorama odierno dominato da GDR enormi e complessi, Dragon Quest I & II in HD-2D sono come un libro di favole illustrato: semplici, lineari, ma ricchi di fascino. Li consiglio a chiunque voglia prendersi una pausa dalle quest infinite e godersi un’avventura vecchio stile, piena di cuore e di storia videoludica. E se siete nuovi della saga: quale occasione migliore per scoprire come è nato il genere? Magari all’inizio dovrete adattarvi a qualche meccanica datata, ma se entrerete nel giusto mindset, vi troverete a sorridere di puro gusto nerd. Con questo remake, Square Enix ha chiuso il cerchio della trilogia di Erdrick – dopo DQ III HD-2D uscito l’anno scorso – e l’ha fatto in grande stile. Spero vivamente che questo successo li incoraggi a proseguire con i capitoli successivi (sogno già un HD-2D Remake di Dragon Quest IV, incrociamo le dita). Nel frattempo, io mi godo questi due classici rinnovati: eroi mutevoli, mele caramellate (cit.) e tanta, tanta nostalgia pixellosa. Ci vediamo ad Alefgard, amici: c’è ancora un DragoLord da buttare giù a colpi di Spada di Erdrick! Riccardo – Ruta Ruta

8.5
von 10
2025-11-26T11:00:00+0000