Ormai il catalogo del Games Pass è sempre più ricco di titoli ed il rischio di restare dispersi in esso alla ricerca di qualcosa con cui giocare è molto alto. Più di una volta ci capita di passare un sacco di tempo a studiare i vari giochi presenti nel Pass per capire quale può fare al caso nostro, in vostro soccorso arriviamo noi di World Wide Nerd.
I nostri consigli per questo mese sono:
Inutile ma doverosa premessa: per ovvi motivi di tempistiche non abbiamo completato i giochi, ma abbiamo giocato qualche ora per capire se valesse o meno la pena buttarsi a capofitto su di loro.
Abyssus
Abyssus costruisce la sua identità su un’atmosfera densa, opprimente e costantemente sospesa tra curiosità e inquietudine. Non è un titolo che punta tutto sull’azione immediata, ma piuttosto sull’esplorazione e sulla sensazione di disagio crescente mentre si scende sempre più a fondo nel suo mondo.
La direzione artistica è senza dubbio il suo punto più forte: ogni ambiente sembra raccontare qualcosa anche senza parole, con scenari che alternano bellezza decadente e puro senso di minaccia. È un gioco che lavora molto sul non detto, lasciando al giocatore il compito di interpretare e colmare i vuoti narrativi.
Sul piano del gameplay, però, non tutto è perfettamente rifinito. Alcune meccaniche risultano ancora un po’ acerbe e non sempre il ritmo riesce a mantenere alta la tensione: ci sono momenti in cui l’esperienza rallenta più del necessario, spezzando leggermente l’immersione. È come se il gioco avesse un’idea molto chiara di atmosfera, ma fosse ancora in cerca di una struttura ludica altrettanto solida.
Nonostante questo, Abyssus resta un’esperienza interessante per chi cerca qualcosa di diverso dal solito, più focalizzato sull’atmosfera che sulla gratificazione immediata. Non è un titolo perfetto, ma ha una personalità forte, e in un panorama spesso omologato questo vale già molto.
Wasteland Remastered
Wasteland Remastered è più di una semplice operazione nostalgia: è il ritorno di uno dei pilastri fondamentali dei CRPG moderni, riportato in vita con una veste grafica aggiornata ma senza alcuna volontà di ammorbidire la sua natura originale.
Il gioco mantiene intatta la sua struttura punitiva e profondamente “vecchia scuola”: qui non esistono grandi concessioni al giocatore moderno. Le informazioni sono spesso minime, la libertà è ampia ma poco guidata, e ogni decisione ha un peso che si riflette rapidamente sull’esperienza. È un titolo che pretende attenzione, pazienza e soprattutto voglia di sperimentare, anche a costo di sbagliare.
Il fascino sta proprio in questa durezza. Wasteland Remastered non cerca di essere accessibile, ma autentico. L’esplorazione è lenta, ragionata, e ogni passo avanti dà la sensazione di essersi guadagnati qualcosa. È un tipo di design che oggi si è quasi perso, e proprio per questo può risultare estremamente affascinante.
Ovviamente, il tempo si fa sentire. La UI è rigida, alcune dinamiche sono macchinose e la curva di apprendimento può risultare scoraggiante per chi non è abituato ai CRPG classici. Ma è anche parte del suo DNA: non è un gioco che si “addolcisce”, è un gioco che ti chiede di adattarti a lui.
Per chi vuole capire le radici del genere e accettare un’esperienza senza compromessi, resta una tappa obbligata. Per tutti gli altri, potrebbe essere più un pezzo di storia da osservare che da vivere fino in fondo.
A way out
A Way Out è uno di quei giochi che non puoi vivere da solo, e già questo lo rende diverso da gran parte dell’industria moderna. È un’esperienza interamente costruita attorno alla cooperativa, locale o online, dove due giocatori devono collaborare costantemente per far avanzare la storia di Vincent e Leo, due detenuti con obiettivi molto diversi ma destinati a intrecciarsi.
La struttura è fortemente guidata e cinematografica. Il gioco alterna continuamente situazioni: momenti di fuga, sezioni stealth, azione, dialoghi e persino mini-giochi che spezzano il ritmo e mantengono alta la varietà. Non è mai un’esperienza che punta alla complessità meccanica, quanto piuttosto alla messa in scena e alla collaborazione tra giocatori, che spesso devono coordinarsi in tempo reale o affrontare scelte divergenti.
Il punto forte è proprio la relazione tra i due protagonisti e, indirettamente, tra i due giocatori. A Way Out riesce a trasformare la cooperativa in un elemento narrativo, non solo ludico: discutere, scegliere e reagire insieme diventa parte integrante dell’esperienza. Alcuni momenti funzionano proprio perché il gioco ti mette davanti a prospettive diverse, obbligandoti a vedere la stessa situazione da due angolazioni.
Non mancano però i limiti. Il gameplay, preso singolarmente, è semplice e a tratti anche poco rifinito. Alcune sezioni risultano più scriptate che realmente interattive, e la libertà del giocatore è spesso ridotta a ciò che serve per far avanzare la scena successiva. Inoltre, la forte linearità può non piacere a chi cerca un’esperienza più aperta o sistemica.
Nonostante questo, A Way Out resta un esperimento riuscito: non tanto per la profondità del gameplay, quanto per come riesce a costruire un legame tra due persone che giocano insieme. È un titolo che funziona meglio se vissuto con la persona giusta, perché in fondo non parla solo di fuga, ma anche di collaborazione, fiducia e conseguenze delle proprie scelte.
Se preso per quello che è, cioè un’esperienza narrativa cooperativa più che un action puro, rimane ancora oggi uno dei titoli più particolari e riconoscibili del suo genere.

