A quasi vent’anni dal primo film, Il Diavolo veste Prada 2 torna in sala con il passo sicuro di chi sa benissimo di non dover chiedere permesso a nessuno. D’altronde quando Miranda Priestly entra in scena, non si bussa: si abbassa lo sguardo, si sistema il cappotto e si spera di non aver scelto il blu ceruleo sbagliato.
Il sequel del cult del 2006 è diretto ancora da David Frankel, scritto da Aline Brosh McKenna, prodotto da Wendy Finerman e distribuito da 20th Century Studios. La pellicola ha una durata di 1 ora e 59 minuti, classificazione PG-13.
Ritorno a Runway
Il primo Il Diavolo veste Prada non era soltanto una commedia ambientata nel mondo della moda. Era un piccolo manuale di sopravvivenza lavorativa, una fiaba crudele sull’ambizione, sul compromesso, sull’identità e su quella strana capacità che hanno certi capi di farti sentire in ritardo anche quando sei arrivato mezz’ora prima.
Il secondo capitolo riparte proprio da lì, ma con un mondo profondamente cambiato. Miranda Priestly, Andy Sachs, Emily Charlton e Nigel Kipling tornano nelle strade di New York e negli uffici di Runway, ma il giornalismo, la moda, l’editoria e la comunicazione non sono più quelli del 2006. Il cartaceo traballa, il digitale detta il ritmo, la pubblicità pesa più delle idee e l’algoritmo osserva tutti con la stessa delicatezza di un produttore hollywoodiano davanti a un franchise dormiente.
La trama, no spoiler
La storia ritrova Andy Sachs, ormai molto più consapevole, costretta a confrontarsi nuovamente con il mondo di Runway e con l’ombra, sempre elegante e tagliente, di Miranda Priestly. Emily, nel frattempo, non è più la semplice assistente dal sarcasmo chirurgico che ricordavamo, ma una figura cresciuta professionalmente, legata ora al mondo Dior e a una posizione di potere che ribalta parte degli equilibri del primo film.
Il cuore del film è proprio questo: non più solo “sopravvivere a Miranda”, ma capire cosa resta di quel mondo quando il mito si scontra con il futuro. Runway non è più il tempio intoccabile della moda stampata su carta patinata. È un simbolo che deve fare i conti con la crisi dell’editoria, con i brand, con gli investitori, con la comunicazione istantanea, con l’ossessione per i numeri e con un pubblico che oggi consuma contenuti alla velocità con cui un tempo Andy cambiava outfit.
Il paragone con il primo film è inevitabile. Il primo aveva una freschezza quasi perfetta, una scrittura brillante, tempi comici impeccabili e un equilibrio raro tra commedia, critica sociale e racconto di formazione. Questo secondo capitolo non raggiunge quella magia, ma la richiama con rispetto. Non tenta di copiarla in modo sterile, e già questa, nel cinema di oggi, è quasi una notizia da prima pagina. Subito dopo “Hollywood produce qualcosa senza rebootare anche il telecomando”.



Ma serviva davvero un sequel?
Domanda legittima. Anzi, necessaria.
Perché diciamolo: oggi il cinema vive spesso in una comfort zone molto elegante, ma pur sempre una comfort zone. Si prendono titoli amati, si lucidano, si riaprono i cassetti della nostalgia e si prova a vendere al pubblico la sensazione di tornare a casa. A volte funziona. A volte sembra solo una cena aziendale travestita da evento culturale.
Il Diavolo veste Prada 2 nasce inevitabilmente dentro questa logica. Un sequel richiesto? Forse non davvero. Atteso? Sicuramente sì. Necessario? Dipende da cosa cerchiamo.
Se volevamo un film capace di replicare l’impatto del primo, allora no, non serviva. Il primo capitolo viveva anche di un’epoca precisa: gli anni 2000, le commedie brillanti, i dialoghi affilati, la moda come teatro del potere, il lavoro come campo minato emotivo. Era il tempo in cui le commedie avevano ancora un’identità forte, personaggi memorabili e battute capaci di restare addosso più di molti profumi costosi.
Oggi, invece, molte commedie sembrano scritte con il freno a mano tirato. Poco rischio, poca cattiveria, poco ritmo. Tutto deve essere elegante, digeribile, innocuo. Una specie di tè delle cinque con il latte già versato e nessuno che osi dire che il biscotto è moscio. British quanto basta, ma senza la pugnalata.
Ecco, questo sequel almeno prova a recuperare qualcosa di quella vecchia scuola. Non sempre ci riesce, ma ci prova. E quando si affida ai suoi personaggi, ai silenzi di Miranda, alle smorfie di Emily, alla presenza rassicurante di Nigel e al percorso di Andy, il film ritrova una parte di quella brillantezza perduta.
C’è anche da chiedersi quante commedie siano uscite dal 2006 ad oggi degne di chiamarsi Commedie.

Nostalgia, ma in modo giusto
Il rischio più grande era realizzare un semplice album dei ricordi. Miranda che dice frasi iconiche, Andy che torna nei corridoi, Emily che lancia frecciate, Nigel che sistema l’eleganza emotiva del film come solo Stanley Tucci sa fare. Tutto molto bello, ma anche molto pericoloso.
Fortunatamente Il Diavolo veste Prada 2 non vive soltanto di nostalgia. Certo, la usa. La stende sul film come un cappotto firmato: si vede, costa, fa scena. Però sotto c’è anche un discorso più attuale.
Il mondo della moda e dell’editoria non viene mostrato come semplice scenario glamour, ma come un ambiente che deve reinventarsi. La carta perde peso, i social dettano tendenze, l’immagine è diventata contenuto, il contenuto è diventato prodotto e il prodotto, spesso, è diventato algoritmo. Insomma: una matrioska del capitalismo creativo, ma con scarpe migliori.
Qui entra anche la parte più interessante: il rapporto con il futuro e con le AI. Il film non diventa fantascienza, per fortuna, perché Miranda davanti a un robot editoriale probabilmente lo licenzierebbe prima ancora dell’accensione. Però il tema è nell’aria. L’intelligenza artificiale, gli automatismi digitali, la sostituzione del gusto umano con la previsione statistica, il rischio di trasformare creatività e giornalismo in una sequenza di dati, tendenze e contenuti ottimizzati.
Ed è proprio qui che il film trova una chiave critica più sottile. Il futuro non viene demonizzato, ma osservato con diffidenza. La domanda è chiara: in un mondo in cui tutto può essere prodotto, replicato, suggerito e generato, che valore ha ancora lo sguardo umano? Che senso ha il gusto? Che peso ha l’intuito? E soprattutto: può un algoritmo capire davvero perché una cintura cerulea non è solo una cintura cerulea?
La risposta, naturalmente, è no. E Miranda probabilmente aggiungerebbe: “That’s all”.
Cast e interpretazioni
Meryl Streep resta il centro gravitazionale del film. Miranda Priestly è un personaggio che non ha bisogno di alzare la voce per dominare la scena. Basta uno sguardo, una pausa, una parola pronunciata con quella calma feroce che farebbe tremare anche un consiglio d’amministrazione.
Anne Hathaway ritrova Andy con maturità. Non è più la ragazza che entra in Runway senza sapere cosa la aspetta. È una donna che ha vissuto, scelto, sbagliato, imparato. Il film funziona soprattutto quando mette a confronto la Andy di oggi con ciò che Runway rappresentava ieri.
Emily Blunt è, ancora una volta, una delle armi migliori della pellicola. Emily Charlton ha sempre avuto tempi comici perfetti e qui il personaggio guadagna anche un peso nuovo. Non è solo la spalla tagliente, ma una figura che incarna un diverso tipo di potere. Più moderno, più commerciale, forse meno romantico, ma tremendamente efficace.
Stanley Tucci, poi, è Stanley Tucci. Potrebbe leggere il libretto d’istruzioni di una lavatrice e renderlo sofisticato. Nigel resta una presenza elegante, umana, necessaria. Il film avrebbe forse meritato ancora più spazio per lui, ma ogni sua scena ha il garbo di chi sa esattamente quando entrare e quando lasciare il palco.

Perché il film funziona comunque
Nonostante le sue inevitabili fragilità, Il Diavolo veste Prada 2 è un film carino, piacevole, ben confezionato e più intelligente di quanto una semplice operazione nostalgia avrebbe potuto far pensare.
Funziona perché ritrova personaggi che il pubblico ama senza trasformarli in caricature. Funziona perché non pretende di essere più grande del primo, anche se a tratti vorrebbe esserlo. Funziona perché ha ritmo, eleganza, qualche battuta ben piazzata e un sottotesto contemporaneo che gli permette di non sembrare soltanto un sequel fatto per pagare l’affitto emotivo degli anni 2000.
È un film che si guarda con piacere, con un sorriso spesso nostalgico e con quella sensazione un po’ malinconica di rivedere vecchi amici in un mondo che è cambiato più di loro. Non tutto è perfetto, alcune dinamiche sono prevedibili, qualche passaggio sembra studiato più per compiacere il pubblico che per sorprendere davvero, ma il risultato complessivo resta solido.
Il cinema di oggi ha spesso paura di essere leggero con intelligenza. Questo film, almeno, ricorda che si può parlare di moda, lavoro, potere, fallimento, futuro e identità senza necessariamente indossare il mantello della pesantezza autoriale. Ogni tanto basta un buon dialogo, un personaggio scritto bene e una battuta detta nel momento giusto. Roba antica, quasi rivoluzionaria…”avanguardia pura”.
Spazio all’autore: Lo ammetto: sono entrato in sala con una certa diffidenza. Perché toccare certi film è sempre rischioso. Il primo Il Diavolo veste Prada appartiene a quella categoria di opere che magari non rivoluzionano il cinema, ma diventano parte del nostro immaginario. Sono film che citi senza accorgertene, che rivedi volentieri, che funzionano perché hanno trovato un equilibrio raro. Questo sequel non era indispensabile. Non è il primo, non ha la stessa freschezza, non possiede quella magia irripetibile da commedia anni 2000, ma ha cuore, mestiere e qualche idea interessante. Mi ha convinto soprattutto quando ha smesso di inseguire il passato e ha iniziato a ragionare sul presente: il lavoro che cambia, l’editoria che si trasforma, l’intelligenza artificiale che incombe, la creatività che rischia di diventare prodotto industriale. In mezzo a tutto questo, Miranda resta Miranda. E forse è proprio questo il punto: il mondo cambia, gli algoritmi avanzano, ma certe presenze sceniche non si generano con un prompt. Il Diavolo veste Prada 2 è quindi un sequel non necessario, ma riuscito. Come certi abiti non proprio indispensabili: sai che non ti servivano davvero, ma quando li indossi capisci perché li hai comprati. – Riccardo – Ruta Ruta
Ps:…ma secondo voi Miranda approverebbe? Probabilmente no. Ma non approvarebbe nulla, quindi siamo salvi.

