Certe sere non si dimenticano. Non perché sono grandi eventi mediatici, ma perché toccano corde intime, quelle che avevi nascosto dietro anni di crescita, responsabilità e “vita adulta”.
La serata di Mai Dire Goku alla Festa dell’Assunta di Fontanellato è stata esattamente questo: un viaggio collettivo nel tempo, dove bastava la prima nota di una sigla per ritrovarsi, di colpo, con lo zaino Invicta sulle spalle e i quaderni pieni di disegni di Goku.
Il richiamo della piazza
Già al tramonto, la Rocca Sanvitale sembrava diversa. Non più solo un monumento, ma il portale verso un’altra dimensione.
Decine di cosplayer hanno iniziato a riempire le vie, trasformando il borgo in una tavolozza vivente di colori, wig e armature di cartone.
L’aria profumava di fritto misto dai food truck, ma quello che davvero ci saziava era l’attesa: il sapere che da lì a poco avremmo cantato insieme le canzoni che ci hanno cresciuto.
L’attimo in cui tutto si accende
Le prime note sono partite quasi timide, ma è bastato un secondo. Un secondo per far saltare in piedi chiunque, un secondo per far crollare i muri tra generazioni.
Genitori che spiegavano a figli chi fosse Sailor Moon, ragazzi che cantavano la sigla di Pokémon più forte possibile, coppie che si stringevano sulle note di Rossana. Ogni sigla era un tassello di vita restituito.
E quando sono arrivati i medley dedicati a Dragon Ball, la piazza è diventata un unico Kamehameha di voci e brividi.

Nostalgia come superpotere
Non era solo musica.
Era un rito.
La nostalgia, qui, non è stata lacrima facile, ma energia pura, condivisa. Una sorta di Genkidama emotiva che tutti abbiamo contribuito a lanciare.
Lo si vedeva negli occhi lucidi dei trentenni, negli sguardi curiosi dei bambini che imparavano sul campo cosa significasse “sigla”, nel sorriso complice dei nonni che, forse, non avevano mai visto così tanti cartoni animati condensati in una notte.
Gadget che diventano ricordi
Durante il concerto, lo staff ha distribuito gratuitamente gadget e memorabilia legati alla sigla cantata in quel momento: dalle sfere del drago giganti ai microfoni passando per carte Pokémon e Grissin Bon che trasformavano il pubblico in parte integrante dello spettacolo.
Non erano semplici oggetti, ma simboli: amuleti che, una volta tornati a casa, ti ricordano che quella notte non l’hai solo vissuta, l’hai custodita.
Il finale che ci rimarrà dentro
La chiusura è stata un’esplosione: le ultime sigle cantate con il cuore in gola, gli applausi che non volevano finire, i fuochi d’artificio che hanno colorato il cielo come se fossero disegnati da un’animazione anni ’90 e una pioggia quasi tattica che ha trasformato la gioia in un momento romantico.
In quel momento, nessuno era adulto. Nessuno era spettatore. Eravamo tutti bambini, tutti protagonisti, tutti parte dello stesso cartone animato infinito.

Perché queste serate contano
Mai Dire Goku non è solo un concerto di sigle. È un abbraccio generazionale. È il ricordo che, in un mondo che corre, esistono ancora momenti in cui puoi fermarti, cantare, emozionarti e tornare a sentirti te stesso.
A Fontanellato è successo davvero: la nostalgia si è trasformata in festa, la memoria in musica, e noi… noi siamo tornati a credere, anche solo per una notte, che gli eroi dei cartoni fossero reali.

