Niente di nuovo sul fronte occidentale – Recensione

Giunto al suo terzo adattamento cinematografico (una produzione vincitrice agli Oscar del 1930 e un film per la televisione del 1979) Niente di nuovo sul fronte occidentale si porta a casa ben 4 statuette in questa 95esima edizione degli Academy Awards. Partito con 9 candidature, una sola in meno di Everything everywhere all at once, il film di Edward Berger ha stupito il pubblico così come la critica, ritraendo la guerra e la disfatta dell’esercito tedesco nel primo conflitto mondiale con cruda e spietata precisione. Adattando, ma con qualche modifica, l’omonimo celebre romanzo di Erich Remarque, il regista si distacca dall’abusata immagine presente nella maggior parte dei film di guerra più famosi degli ultimi 20 anni, che vedono solitamente gli americani o gli inglesi impegnati nel secondo conflitto mondiale, a combattere contro i “crucchi bastardi” capeggiati da Hitler.

Una scelta diversa per un genere molto noto in ambito cinematografico, che tra le sue produzioni recenti e più famose conta solamente 1917 come rappresentazione della guerra che ha cambiato irrimediabilmente il volto dell’Europa, così come la maniera di concepire i conflitti armati. Una guerra di trincea logorante e sfibrante, che a conti fatti produsse un’esorbitante numero di morti, una flessione minima della linea di confine tra le potenze avversarie durante lo scontro e le condizioni durissime accettate dalla Germania per l’armistizio, terreno fertile negli anni successivi per l’ascesa di Hitler, che cavalcando il distrutto orgoglio della nazione condusse lei e il resto del mondo verso la Seconda Guerra Mondiale.

Gloria e onore in un gioco al massacro

Un periodo storico differente dunque, così come il punto di vista. Siamo dall’altro lato della barricata, affianco dei giovani tedeschi ansiosi di partire per il fronte e ritornare come eroi ricoperti di gloria. Paul Baumer e i suoi compagni di scuola non sanno che cosa li aspetta, non immaginano minimamente che cosa sia davvero ciò in cui si stanno imbarcando. Sentono solo le grida di gioia, i discorsi esultanti, entusiasti e piani di orgoglio del preside del loro istituto, fiero che la gioventù tedesca si schieri contro il nemico e lo combatta con tutte le sue forze. E’ un’avventura, eccitante, elettrizzante, bella persino. Qualcosa di cui andare fieri e che promette tutti gli onori una volta tornati a casa.

Ebbene niente gloria e onore per i giovani diciassettenni, gettati nel fango e nella sporcizia sin dal primo giorno, in mezzo ai cadaveri, al sangue, alle urla dei loro compagni e delle bombe, esposti al freddo gelo dei paesaggi ridisegnati dai crateri e dalle trincee nella Germania del nord. Tutta l’euforia, la trepidazione e la felicità prima della partenza sono scomparse, sostituite da lacrime, disperazione e tanta voglia di tornare a casa. Gli altri soldati non sono certo in vena di badare ai più giovani, già sufficientemente occupati nel cercare di rimanere vivi loro stessi. Berger ritrae con impressionante realismo lo sconforto e la totale disorganizzazione dei giovani membri della fanteria, mandati al fronte senza il benché minimo addestramento, carne da macello per la prossima carica verso la trincea nemica.

Il ritmo della guerra

Niente di nuovo sul fronte occidentale non si risparmia nel raffigurare con dovizia di particolari tutta l’insensatezza e la violenza del conflitto. La crudezza dei dettagli ne accentua con estremo realismo la ferocia, così come la precarietà delle possibilità di sopravvivenza. A supporto del dramma e del dolore che il protagonista e i suoi compagni devono sopportare, una musica grave e drammatica, che quanto a potenza evocativa rivaleggia ampiamente con Babylon, prendendo ugualmente atto che si tratta di due contesti ben diversi. Un Oscar meritato quello per la Miglior colonna sonora a Volker Bertelmann, così come quelli per la Miglior fotografia e scenografia, dove musica, immagini e cambi d’inquadrature azzeccate si fondono per mostrare un’ambiente che lascia poco spazio alla gloria tanto decantata dalla patria tedesca e tanto ne lascia per la perdita e la disfatta di un paese ormai in ginocchio.

Dopo 18 mesi passati al fronte, nel 1918 ad un passo dalla fine della guerra, Paul è ancora vivo anche se segnato dalla terribile esperienza vissuta. Con i compagni che gli sono rimasti continua ad andare avanti, tentando di restare vivo giorno dopo giorno, consapevole che gli strascichi di quanto ha visto e fatto non lo abbandoneranno mai. Una consapevolezza che possiamo percepire solo in maniera marginale, intuendola più che avendone un’esplicita dimostrazione e che costituisce una delle prime divergenze rispetto al romanzo di Remarque.

Un diverso approccio

Tra i temi centrali dello scritto viene sottolineato l’estremo trauma fisico e psicologico dei soldati ritornati dal fronte, nonché il loro difficile reinserimento nella comunità. Il costo della guerra sulla psiche dei reduci è enorme e genera un totale distacco dalla vita civile e dai familiari, visti come persone incapaci di comprendere il trauma subito, pieni di stupide domande sulle “esperienze di guerra” che non sono davvero in grado di capire. Un aspetto reso in maniera molto incisiva nel romanzo dal ritorno a casa di Paul per un breve congedo, dove nel rivedere la sua famiglia e i suoi insegnanti si sentirà totalmente avulso dalla loro realtà, così tranquilla e ricca di “esperti” che conoscono la guerra solo grazie ai libri di storia. Nel suo volersi concentrare maggiormente sulla resa scenica, Berger trascura in parte questo aspetto di approfondimento psicologico e caratteriale, lasciandone il disvelamento allo spettatore.

Il risultato è che Niente di nuovo sul fronte occidentale pur restituendo visivamente un quadro limpido, emozionante e terribile del conflitto, poco sceglie di concentrare la sua attenzione sui personaggi, sfaccettandoli in maniera silenziosa, attraverso sguardi, azioni e gesti più che attraverso il dialogo. Una scelta che li rende, purtroppo, facilmente dimenticabili. Ciò che siamo in grado di percepire e quanto a fondo siamo in grado di conoscerli dipende in gran parte dalla nostra interpretazione e dalla nostra capacità di saper cogliere determinati segnali. La macchina da presa riprende ciò che vede e sente, scegliendo si un protagonista, ma senza rinunciare alla coralità dell’esposizione della scena.

La sfida del tempo

A sottolineare maggiormente il distacco dall’idea di un racconto esclusivamente in prima persona, l’introduzione di una linea narrativa originale e parallela, che si occupa di seguire le vicende relative alle trattative della Germania per porre fine alla guerra, attraverso una formale richiesta di armistizio. Daniel Bruhl (Good Bye, Lenin!; Bastardi senza gloria; Captain America: Civil War) dirige le operazione nei panni Matthias Erzberger, politico tedesco e fermo oppositore al conflitto. Un segnale di come la volontà del regista fosse quella di dare maggiore risalto alla componente geopolitica e scenografica del conflitto, piuttosto che indagarne le conseguenze a breve e lungo termine sulla salute dei soldati sopravvissuti.

Scelta giusta o sbagliata? Dipende dai punti di vista. Sicuramente Niente di nuovo sul fronte occidentale ha il pregio di essere un film ottimamente costruito e rappresentato, meritevole del premio per il Miglior film internazionale. E’ però presto per dire se la sfida del tempo lo renderà qualcosa di difficilmente dimenticabile oppure no.

Niente di nuovo sul fronte occidentale: Un film visivamente ottimo ed avvincente, con immagini di grande impatto e suggestive. Mi spiace solamente che nessuno dei personaggi sia davvero riuscito a lasciarmi qualcosa di più duraturo di una momentanea sensazione. Performance davvero buone, ma forse facilmente rimpiazzabili. Margherita -_maggie_r

8
von 10
2023-03-21T10:00:00+0000

Margherita -_maggie_r
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