Onimusha: Way of the Sword – Recensione

La katana è tornata. Finalmente.

Versione provata: PlayStation 5
Sviluppatore/Publisher: Capcom
Genere: Action Adventure / Swordplay

Ci sono saghe che spariscono perché hanno detto tutto quello che avevano da dire. E poi ce ne sono altre che, semplicemente, qualcuno ha dimenticato in un cassetto.

Onimusha appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Capcom ha lasciato questa IP praticamente a riposo per troppo tempo e, considerando quanto ancora oggi funzioni bene la sua miscela di samurai, demoni, storia giapponese e sovrannaturale, viene quasi da chiedersi perché.

Con Onimusha: Way of the Sword la katana torna finalmente fuori dal fodero. E dopo averlo giocato su PlayStation 5 posso dirlo subito: il ritorno mi è piaciuto.

Non siamo davanti al capolavoro destinato a riscrivere il genere e qualche limite impedisce al gioco di salire nella fascia dei grandissimi, ma la sensazione più importante rimane un’altra: Onimusha aveva ancora qualcosa da dire e Capcom ha fatto bene a riportarlo in vita.

Prima di tutto, un po’ di storia

Per chi ha attraversato l’epoca PlayStation 2 con il pad in mano, Onimusha non ha bisogno di molte presentazioni.

Il primo Onimusha: Warlords arrivò nel 2001 e fu addirittura il primo gioco PlayStation 2 a superare il milione di copie vendute, diventando immediatamente uno dei titoli simbolo della prima fase della console Sony.

Poi arrivarono Onimusha 2: Samurai’s Destiny, nel 2002, e soprattutto Onimusha 3: Demon Siege, nel 2004.

Quest’ultimo rimane probabilmente uno degli episodi che ricordo con maggiore curiosità e affetto. Capcom decise infatti di mescolare ancora di più cinema e videogiochi mettendo accanto a Samanosuke niente meno che Jean Reno, trasformato nel personaggio di Jacques Blanc.

Sì, proprio Jean Reno. Quello di Léon, Ronin e Mission: Impossible.

Una scelta che all’epoca sembrava quasi folle e che invece contribuì enormemente al fascino di un capitolo capace di spostarsi tra Giappone e Parigi e di utilizzare l’immagine, il motion capture e la voce francese dell’attore.

Dopo Dawn of Dreams, nel 2006, la serie principale è praticamente scomparsa.

Vent’anni sono tanti.

Nel frattempo abbiamo avuto remaster, apparizioni e persino l’anime Netflix, ma mancava proprio lui: un vero nuovo Onimusha.

Ed eccoci qua.

Musashi, demoni e una Kyoto che non vorremmo visitare di notte

Questa volta vestiamo i panni di Miyamoto Musashi, probabilmente il samurai più famoso della storia giapponese.

Capcom ha scelto inoltre di modellarne il volto sulle fattezze del leggendario Toshiro Mifune, scelta perfettamente coerente con quella tradizione cinematografica che Onimusha ha sempre cercato di portare nel videogioco.

La storia ci porta in una Kyoto del primo periodo Edo devastata dalla presenza dei Genma, creature demoniache arrivate nel mondo degli uomini attraverso il miasma.

Musashi entra in possesso del classico Guanto Oni, ottenendo così la possibilità di assorbire le anime dei nemici e utilizzare poteri sovrannaturali.

La trama funziona.

Non aspettatevi però una sceneggiatura capace di sconvolgere il mondo dei videogiochi. È soprattutto il contesto a conquistare: templi, strade, demoni, samurai, sangue e folclore giapponese creano quell’atmosfera che era uno dei marchi di fabbrica della serie originale.

E devo ammetterlo: mi mancava.

Spada alla mano

Il combattimento è chiaramente il centro dell’esperienza.

E qui Onimusha dà il meglio di sé.

Parate, schivate, contrattacchi, Issen, abilità Oni e gestione delle anime rendono gli scontri decisamente più profondi rispetto a quanto potrebbe sembrare durante le prime ore.

La tentazione è quella di definire immediatamente qualsiasi action giapponese con una katana come “un po’ Sekiro”.

Ormai manca soltanto che qualcuno definisca Cooking Mama un soulslike culinario.

In realtà Onimusha conserva una propria identità.

Il combattimento richiede tempismo e attenzione, ma rimane più spettacolare, più cinematografico e soprattutto maggiormente orientato all’azione. Quando si impara a leggere gli attacchi avversari e si comincia a padroneggiare parate e contrattacchi, alcuni combattimenti diventano davvero soddisfacenti.

Le boss fight sono probabilmente i momenti migliori dell’intera esperienza.

È lì che il combat system mostra davvero quanto può offrire.

Modernizzare sì, allungare no

Il problema nasce quando Onimusha prova un po’ troppo a comportarsi come un videogioco moderno.

Le aree sono più ampie, l’esplorazione ha maggiore importanza, ci sono attività secondarie, materiali da recuperare e sistemi di crescita più articolati.

Tutto bene sulla carta.

Il problema è che non tutto era realmente necessario.

Alcune attività finiscono per rallentare un ritmo che nei vecchi Onimusha era molto più diretto. Ci sono momenti in cui si percepisce quella tipica necessità moderna di allungare l’esperienza perché, apparentemente, oggi un gioco deve sempre avere qualcosa da raccogliere, migliorare o completare.

Personalmente avrei preferito un Onimusha leggermente più compatto.

Più katana e meno lista della spesa.

Il gioco rimane divertente, ma qualche situazione tende a ripetersi e alcune sezioni secondarie non hanno la stessa qualità dei duelli principali.

È probabilmente questo uno degli elementi che, per me, impediscono al titolo di raggiungere voti ancora più alti.

Tecnicamente è un gran bel vedere

Sul fronte tecnico Capcom sa perfettamente quello che sta facendo.

Su PlayStation 5 il colpo d’occhio è ottimo.

Kyoto è ricchissima di particolari, gli effetti particellari durante gli scontri funzionano benissimo e soprattutto i modelli dei personaggi sono eccellenti.

Musashi è impressionante.

Il volto ispirato a Toshiro Mifune non rappresenta soltanto un’operazione nostalgia: contribuisce davvero a dare al personaggio quell’aria da film di samurai che si sposa perfettamente con tutta la produzione.

Molto belli anche i Genma, spesso volutamente grotteschi e sopra le righe.

Il comparto artistico, più ancora di quello puramente tecnico, è uno dei punti di forza del gioco.

Capcom riesce a mescolare realismo, horror e folklore senza trasformare Onimusha nell’ennesimo Giappone feudale fotorealistico che abbiamo già visitato in parecchi videogiochi negli ultimi anni.

Ed era importante.

Perché dopo Ghost of Tsushima, Rise of the Ronin, Assassin’s Creed Shadows e compagnia katana, trovare una propria personalità non era affatto scontato.

Onimusha doveva tornare

Ed è probabilmente questo il punto più importante di tutta la recensione.

Onimusha è ancora una IP validissima.

Lo era venticinque anni fa e lo è ancora oggi.

Capcom negli ultimi anni ha dimostrato di sapere gestire molto bene i propri marchi storici. Resident Evil è tornato stabilmente ai vertici, Street Fighter è in grande forma e Monster Hunter è ormai una delle serie più importanti dell’azienda.

Lasciare Onimusha fermo ancora sarebbe stato un peccato.

Way of the Sword non è perfetto, ma rappresenta una base eccellente su cui costruire il futuro.

E soprattutto riesce nell’impresa più difficile: non sembra soltanto un’operazione nostalgia.

È riconoscibile per chi ha giocato gli originali, ma abbastanza moderno da poter conquistare anche chi non sa assolutamente chi siano Samanosuke, Jubei o Jacques Blanc.

E magari qualcuno, dopo averlo finito, andrà proprio a recuperare quei vecchi capitoli.

Missione compiuta.

In sintesi

PRO

  • Combat system soddisfacente
  • Ottime boss fight
  • Atmosfera perfettamente Onimusha
  • Grande caratterizzazione estetica di Musashi
  • Un ritorno necessario per una IP ancora validissima

CONTRO

  • Ritmo non sempre costante
  • Alcune attività secondarie risultano ripetitive
  • La struttura moderna tende talvolta ad allungare inutilmente l’esperienza
  • Può e deve essere soltanto il punto di partenza del nuovo corso

Secondo me il 7,5 qui funziona molto bene: premia il ritorno senza farsi trascinare dall’effetto nostalgia. E il richiamo a Jean Reno dà proprio quel sapore da “vecchio videogiocatore che c’era”, tipico dei tuoi pezzi.

Spazio all'autore: Onimusha: Way of the Sword è un ritorno che aspettavo e che considero riuscito. Ha un ottimo sistema di combattimento, un'identità estetica fortissima, boss fight divertenti e soprattutto riesce a riportare nel 2026 una saga che aveva ancora molto potenziale. Non tutto funziona allo stesso livello. Il ritmo non è sempre perfetto, alcune attività secondarie potevano tranquillamente essere sacrificate e personalmente avrei gradito un'avventura più compatta e ancora più concentrata sugli elementi che hanno reso celebre la serie. Per questo non me la sento di andare oltre. Ma attenzione: 7,5 non significa “gioco mediocre”. Significa che siamo davanti a un buonissimo ritorno, divertente e soprattutto promettente. La cosa migliore che possa accadere adesso è semplice. Che questo non sia un episodio isolato. Perché dopo vent'anni Capcom ha finalmente ricordato di avere una katana in soffitta. Adesso sarebbe il caso di non rimetterla via. – Riccardo – Ruta Ruta

7.5
von 10
2026-09-24T16:00:00+00:00

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