Sunny – Recensione

Con Sunny, pubblicato in Italia da J-Pop in sei volumi, Taiyō Matsumoto consegna al lettore quello che molti considerano il suo capolavoro maturo: un’opera intima, frammentata, dolorosamente umana, ambientata in un istituto per minori del Giappone degli anni Settanta.
Lontano dagli eccessi visivi di Tekkonkinkreet e dalla sperimentazione più astratta di Gogo Monster, Matsumoto sceglie qui la via della semplicità apparente, e lo fa con una padronanza che lascia senza fiato.

Sunny non ha una trama nel senso convenzionale del termine. Non c’è un protagonista unico, non c’è un arco drammatico che si risolve in climax e catarsi. C’è invece un luogo, la Casa Stella, una struttura di accoglienza per bambini abbandonati, orfani o semplicemente indesiderati e una costellazione di piccole vite che la abitano.
Haruo, Sei, Junichirou, Megumu: ognuno porta con sé una storia di mancanza, di attesa, di un genitore che non arriva o che non arriverà mai. Al centro di tutto, come totem immobile e quasi magico, c’è una vecchia Nissan Sunny arrugginita nel cortile dell’istituto, un’automobile che non va da nessuna parte, ma dentro cui i bambini salgono per sognare di farlo.

La struttura è episodica, a capitoli brevi e quasi autonomi, che si accumulano con la logica silenziosa di una memoria d’infanzia. Una scelta che, pagina dopo pagina, risulta essere toccante e vincente.

Matsumoto scrive con la stessa economia visiva con cui disegna: poche parole, spesso sospese nel silenzio tra una vignetta e l’altra. I dialoghi sono radi, mai esplicativi, sempre carichi di ciò che non viene detto. Il dolore dei personaggi non viene mai spiegato né giustificato, viene semplicemente mostrato, con una discrezione che è l’opposto della sentimentalità facile.
Non c’è mai retorica, mai consolazione a buon mercato. Quando un bambino aspetta una madre che non arriverà, Matsumoto non commenta: lascia che il tempo passi sulla pagina, e basta.

Eppure, nonostante la malinconia di fondo, Sunny non è un’opera cupa. È attraversata da lampi di gioia infantile autentica, da comicità fisica improvvisa, da quella leggerezza spietata che appartiene solo all’infanzia: quando si è capaci di ridere e dimenticare, anche se solo per un momento.

Il tratto di Matsumoto è inconfondibile e, in Sunny, raggiunge una libertà espressiva che va oltre qualsiasi canone del manga tradizionale. Le anatomie sono volutamente distorte, i volti asimmetrici, le proporzioni instabili. Eppure ogni figura emana una presenza fisica e psicologica straordinaria. Le texture sono dense, quasi pittoriche: il segno graffia, sporca, respira.
Le pagine dell’automobile Sunny in cui i bambini evadono in fantasticherie a occhi aperti sono tra le più belle dell’intera storia del fumetto giapponese contemporaneo: tavole oniriche, fuori dal tempo, in cui la realtà e il desiderio si sovrappongono senza soluzione di continuità.

La composizione delle pagine rifiuta qualsiasi schema fisso: le griglie si allargano e si restringono secondo il respiro emotivo della scena, con un’intuizione ritmica che è più vicina alla musica che alla narrativa classica e convenzionale.

Sunny è un’opera che non concede appigli facili: chi cerca trama, risoluzione, personaggi con archi netti potrebbe sentirsi spaesato, soprattutto nei primi volumi.
Il ritmo lentissimo e la struttura episodica richiedono una lettura attiva, disposta ad abbandonarsi all’atmosfera più che a inseguire eventi. È un limite reale per certi lettori, ma è anche, inevitabilmente, la fonte della sua forza.

Se esiste una debolezza strutturale, va cercata nell’irregolarità emotiva tra i volumi: alcuni capitoli toccano vette assolute, altri sembrano schizzi preparatori mai del tutto risolti.
La serializzazione lunga si sente, qua e là.

Sunny è uno di quei fumetti rari che non si leggono, si abitano. Matsumoto costruisce un mondo minuscolo e universale al tempo stesso, in cui il tema dell’abbandono, dell’attesa e del sogno come forma di sopravvivenza viene trattato con una grazia che pochi autori, in qualsiasi medium, riescono a raggiungere.
È un’opera sull’infanzia che non ha nulla di infantile, sulla povertà affettiva che non deve fare “pietà”, sulla speranza che non diventa mai bugia consolatoria.
Un capolavoro irregolare e necessario, pubblicato da J-Pop con la cura che merita.

Spazio all'autore: Ho poco da aggiungere, come commento finale: è uno di quei manga "life changer". Capolavoro. – Francesco – Ravafra

9.5
von 10
2026-09-22T16:00:00+00:00