The Witcher: Blood Origin – Recensione

Vi lascerà letteralmente a bocca aperta. The Witcher: Blood Origin è qualcosa di strabiliante e sensazionale. Nel suo modo di fare davvero schifo.

C’è chi potrebbe interpretare questo risultato come un segno profetico di ciò che aspetta il franchise nel suo prossimo futuro. Ora che Henry Cavill ha dismesso i panni di Geralt di Rivia in molti si chiedono, non con grandi speranze, se il suo successore sarà davvero degno e pronto per questo passaggio di testimone. Indipendentemente da futuro della saga principale, di una cosa è possibile essere certi: Netflix in questo caso ha decisamente toppato, sotto ogni punto di vista.

Toss A Coin To Your Witcher (or maybe not)

Ambientata 1200 anni prima degli eventi a noi noti nelle stagioni passate, la storia segue le vicende di sette guerrieri solitari ed emarginati, che si riuniranno per sconfiggere un neonato impero elfico. Gli avvenimenti che li vedranno protagonisti porteranno alla nascita del primo prototipo di un Witcher e causeranno la Congiunzione delle Sfere, il grande cataclisma magico responsabile della comparsa nel mondo elfico di mostruose e letali creature e degli umani. Una storia di rivalsa, che cerca di porre l’accento sulla straordinarietà dell’impresa ed elevarla, erroneamente, a qualcosa di mai visto prima. L’incipit già di per sé non risulta essere particolarmente originale: una misteriosa cantastorie, la cui voce fuori campo ci accompagnerà nel corso del racconto, narra a Ranuncolo la storia di questi coraggiosi guerrieri, affinché lui possa cantarla per infondere speranza negli oppressi durante la guerra. Espediente abusato e vecchio, letteralmente dal tempo di Manzoni.

Come se ciò non bastasse, la voce narrante ci tiene ad informarci ogni volta che un nuovo membro si aggiunge alla compagnia. Sembra quasi ritenerci incapaci di seguire gli avvenimenti per renderci conto che è entrato in scena un nuovo personaggio, il che potrebbe anche essere vero vista la quantità di sbadigli che intervallano inevitabilmente la visione. Veramente irritante.

E i tre divennero quattro…

E i quattro divennero cinque…

Una sagoma di cartone trasmette più emozioni

Con Dragon Age: Absolution (qui la nostra recensione) pensavamo di aver visto dei personaggi costruiti in maniera frettolosa e non particolarmente approfondita. Dopo questo capitolo di The Witcher ci siamo dovuti ricredere. Banalità, stereotipi, incongruenze e piattezza psicologica danno ai protagonisti di questo prequel il medesimo spessore di un foglio di carta molto sottile. Non riescono a trasmettere un briciolo di pathos o emozione di qualsiasi tipo ed entrare in empatia con loro risulta praticamente impossibile. Complici anche i dialoghi, monotoni, privi di intensità e standardizzati, che denotano una pochezza di abilità inventiva a dir poco imbarazzante.

La gestione dell’intera narrazione risulta confusa e altalenante, con personaggi che spuntano fuori dal nulla in maniera del tutto casuale, assumendo poi ruoli di rilievo in maniera completamente decontestualizzata. Salti temporali richiesti per coadiuvare lo svolgimento della storia vengono totalmente ignorati ed eclissati. Lo spettatore viene lasciato a dir poco confuso, convinto magari di essersi perso qualche passaggio, che in realtà è del tutto inesistente. A completare il quadro le canzoncine in stile Disney e il potere della musica per ridare speranza al popolo elfico.

Cameron aiutaci tu

Passiamo ora all’aspetto tecnico e visivo, che lascia anch’esso molto a desiderare. Ora, non pretendiamo certo che la produzione raggiunga gli stessi livelli dell’ultima fatica di Cameron (qui la nostra recensione), ma siamo nel 2022. La resa della CGI proposta rammenta i tentativi dei primi anni 2000, più o meno l’età della pietra rispetto a ciò che è possibile realizzare con le moderne tecnologie. Con costumi usciti direttamente da una scadente versione di una campagna di D&D, e ambientazioni non particolarmente originali, nemmeno il comparto visivo riesce a ridipingere un quadro che si presenta sempre più drammatico e nefasto. Ai poveri precursori dei Witcher non resta che combattere.

Solo un lontano ricordo

Abbiamo detto combattere? Scene d’azione, battaglie all’ultimo sangue per tenerci con il fiato sospeso? Chi meglio di Michelle Yeoh allora. Purtroppo nemmeno lei è stata in grado di evitare il disastro. E noi tutti vorremmo urlare per quanto il suo talento sia andato sprecato in questo progetto. Ci si aspettava infatti che un’attrice del suo calibro trovasse la giusta valorizzazione, ma così purtroppo non è stato. Le note capacità di combattimento e attoriali (La Tigre e Il Dragone; Everything Everywhere All at Once) sono state sfruttate al millesimo del potenziale a disposizione. Esaminando questo aspetto in maniera più generale ed estesa al di là del personaggio da lei interpretato, le scene d’azione appaiono scialbe e nemmeno particolarmente centrali nella serie. E dire che una rivoluzione non si compie riunendosi intorno ad un tavolo prendendo the e pasticcini. Volevamo scontri, sangue e adrenalina e invece abbiamo avuto caos, azioni senza senso e tanto sonno. Insomma, a questo Witcher non vale davvero la pena donare nemmeno un soldo.

Voto: 4

Spazio all’autore

Non mi sento davvero di consigliare questa serie. Quattro ore di tempo letteralmente buttate, episodi che non lasciano nulla, tranne la voglia di vedere una serie costruita in maniera decente. Un gran peccato che fa temere per il futuro del franchise.

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