Quando IDW Publishing annunciò Jason Aaron come nuovo sceneggiatore della testata ammiraglia delle Tartarughe Ninja, a molti la scelta parve quantomeno insolita. Noto per serie clamorose quali Scalped e Southern Bastards, una stupenda run di Thor e un’altrettanto bella gestione di Star Wars per Marvel, Aaron era l’ultima persona che ci si aspettava alle prese con quattro tartarughe mutanti adolescenti. Dodici numeri dopo, quella scommessa si può dichiarare vinta: la sua run è stata breve ma densa, e rappresenta uno dei rilanci più riusciti della storia della testata IDW, capace di onorare il passato senza mai diventarne prigioniera.

Il punto di partenza è volutamente destabilizzante: le quattro Tartarughe hanno lasciato New York per inseguire ognuna il proprio percorso: Raffaele è in prigione, Michelangelo è diventato una star televisiva a Tokyo, Leonardo viaggia alla ricerca di pace interiore, e Donatello è intrappolato in uno zoo per mutanti dove è costretto a combattere per il divertimento di ricchi sadici.
Aaron non reboota l’universo IDW ma si innesta su di esso, sfruttando un salto temporale per permettersi una tabula rasa emotiva senza cancellare la continuity costruita in precedenza da Tom Waltz e Sophie Campbell.
I primi cinque numeri adottano una struttura antologica audace: ogni albo è dedicato a un singolo personaggio e disegnato da un artista diverso (scelta stupenda). Dal sesto numero in poi, con il ritorno della squadra al completo a New York, entra in scena Juan Ferreyra come disegnatore fisso e la narrazione si fa più compatta, concentrandosi sul secondo arco intitolato “NYC vs. TMNT”. Braccate da una nuova polizia potenziata dal Clan del Piede (gruppo ninja, storico avversario delle tartarughe) e guidata dal nuovo Procuratore Distrettuale Hale, le Tartarughe devono affrontare il colpo più duro: New York non è più sicura per loro. Parallelamente, Karai, vera leader del Clan del Piede, persegue in segreto obiettivi misteriosi legati alla magia e al soprannaturale, fino alla rivelazione finale del numero 12. Rivelazione di cui ovviamente non faremo spoiler.

Aaron porta con sé il marchio di fabbrica che ha reso celebri i suoi lavori migliori: personaggi fratturati, dialoghi asciutti che pesano ogni parola, e una chiave di lettura che spesso utilizza: il fallimento personale spesso può essere più devastante di qualsiasi villain. La sua idea centrale è quella di un personaggio (il Procuratore Distrettuale Hale) capace di “armare New York contro le Tartarughe”, costringendole a proteggere una città che sembra odiarle e che le tratta come criminali.
È un rovesciamento semplice ma efficacissimo, che trasforma la metropoli da casa in campo di battaglia ostile. Trovata geniale.
La scelta più coraggiosa riguarda Donatello: il più razionale e controllato dei quattro viene ritratto come un personaggio al limite della psicosi, che porta con sé il cadavere del ratto-mentore Splinter e continua a parlargli come se fosse vivo. Aaron non risparmia al lettore i conflitti reali tra i fratelli: l’equilibrio tra la minaccia esterna del Clan del Piede e quella interna delle tensioni familiari è così ben bilanciato che diventa difficile capire quale dei due pericoli sia più grave. Anche se a poco a poco lo si capisce: il nemico vero è il corto circuito interno, non il cattivo di turno.
Se un limite esiste nella scrittura, va cercato nella brevità della run: dodici numeri sono pochi per un progetto così ambizioso, e alcune sottotrame (in particolare l’arco soprannaturale di Karai) appaiono compresse nell’ultimo atto, quasi che Aaron stesse già sapendo di dover concludere prima di quanto inizialmente previsto. Lascia però un gran lavoro ai suoi successori.

La scelta di affidare i primi cinque numeri ad artisti diversi (Joëlle Jones, Rafael Albuquerque, Cliff Chiang, Chris Burnham e Darick Robertson) è un rischio editoriale non da poco, che però paga: ogni stile riflette lo stato psicologico del personaggio protagonista di quell’albo.
Ad esempio, il tratto elegante di Jones si adatta alla durezza carceraria di Raffaele; il disegno sporco di Robertson incornicia perfettamente il delirio di Donatello.
Dal sesto numero, Juan Ferreyra si prende la scena come disegnatore fisso e dimostra di essere nato per disegnare fumetti di Tartarughe Ninja: il suo senso del movimento è straordinario, sia nelle scene d’azione sia in quelle dialogate, con i personaggi che sembrano sempre sul punto di uscire dalla tavola.
I suoi colori (perchè sì, è anche colorista) sono cupi, notturni, carichi di una tensione visiva che amplifica perfettamente il senso di sconfitta che permea il secondo arco.

La run di Aaron funziona soprattutto come studio sul concetto di famiglia disfunzionale: le Tartarughe non sono eroi monolitici ma fratelli veri, con rancori veri, traumi non elaborati, e il peso di aspettative reciproche impossibili da soddisfare. La loro forza risiede nell’unità, e Aaron costruisce quasi un intero anno di storie intorno alla fragilità di quell’unità, al rischio concreto che si spezzi. È un approccio che funziona perché non è mai sentimentale: il legame tra i quattro non viene celebrato, viene guadagnato pagina dopo pagina.
Il limite principale rimane la durata: dodici numeri, per quanto solidi, lasciano la sensazione di un’opera monca. Alcune promesse narrative restano senza piena risposta, e il congedo di Aaron (con Gene Luen Yang designato come suo successore) pesa un po’ sulla lettura retrospettiva dell’arco.
In conclusione, la run su Teenage Mutant Ninja Turtles è un lavoro compatto, muscolare e sorprendentemente intimo per essere una testata supereroistica di un franchise noto e decisamente longevo. Aaron porta le sue ossessioni (la famiglia come campo di battaglia, l’identità, l’eroismo come scelta quotidiana) in un contesto che non sembrerebbe naturale per lui, ma le fa funzionare con una coerenza notevole. Non è la run definitiva sulle Tartarughe Ninja, né probabilmente aspirava ad esserlo: è però la somma di dodici numeri di fumetto americano adulto e consapevole, sostenuto da una galleria artistica di prim’ordine. Vale ogni spillato. O ogni cartonato, visto che è già uscito il primo (di due).
Spazio all'autore: Comprata per due motivi: la bellezza delle copertine variant in spillato e per il nome dell'Autore (con la A maiuscola). Letta e amata, seppur con un finale frettoloso. Stra consigliata, poco da aggiungere. – Francesco – Ravafra

