Siamo contenitori, vuoti e nulli.
Abbiamo bisogno di qualcosa per non sentirci spenti.
Il quarto volume de I Fiori del Male non è un’esplosione, non è un urlo: è un lento, soffocante respiro. Shuzo Oshimi ci mette davanti a un Kasuga che ha perso i punti di riferimento, ormai divorato dal flusso inarrestabile della sua coscienza. È un volume di transizione, sì, ma di quelle che scavano a fondo, che preparano il terreno al collasso totale.

La presa di coscienza: la fine dell’illusione
Dopo la fuga, la vita di Kasuga non è più la stessa. La sua esistenza è segnata, stravolta, svuotata. Non c’è più la letteratura a salvarlo, né Baudelaire né i libri in cui un tempo cercava rifugio: ciò che resta è solo il rumore dei suoi pensieri.
E in questo rumore, che diventa flusso di coscienza incessante, Kasuga scopre una nuova verità: non desidera più conoscenza, ma stimoli. Non vuole comprensione, ma istinti.
La sua mente è ormai sottomessa al richiamo di Nakamura, all’eco delle sue parole che lo spingono verso l’irrazionale.
Il vuoto e l’illusione di sentirsi vivi
Kasuga è spento, smarrito. Eppure, sotto quella cenere, resta la brama di provare di nuovo quell’attimo di pura follia che, seppur distruttivo, lo aveva fatto sentire vivo.
Oshimi tratteggia magistralmente questo contrasto: da una parte un adolescente apatico, dall’altra un’anima disperata pronta a compiere qualsiasi azione, anche la più spregevole, pur di spegnere il rumore interiore per qualche istante. È la ricerca di una falsa soddisfazione, un appiglio momentaneo al baratro.
Nakamura, la voce che divora
Se nei volumi precedenti Nakamura appariva come una forza esterna, in questo quarto capitolo diventa interiore. Non è più solo la compagna folle e perversa, ma la voce che abita la testa di Kasuga, il meccanismo che lo controlla e lo plasma.
Il protagonista non è più solo tentato: è ormai miseramente devoto a lei, incapace di distinguere tra i propri impulsi e quelli inculcati. È qui che Oshimi ci svela il suo lato più psicologico: la manipolazione non è fisica, ma mentale.

Una narrazione lenta, disturbante, necessaria
Il ritmo del volume è più lento rispetto ai precedenti, ma Oshimi non allenta la presa. Ogni capitolo è un tassello in una discesa psicologica senza ritorno. Non ci sono colpi di scena fragorosi, ma il disagio cresce costante, pagina dopo pagina, insinuandosi nelle viscere del lettore.
E in questo rallentamento si nota un dettaglio importante: l’evoluzione grafica. I disegni si fanno più puliti, più diretti, quasi a voler riflettere la nitidezza con cui Kasuga percepisce il proprio abisso.
Essere vivi per un attimo
“Noi siamo la nostra coscienza e siamo capaci di compiere qualsiasi azione, anche la più spregevole, per farla sentire soddisfatta.”
Il quarto volume de I Fiori del Male è un viaggio nell’apatia e nella dipendenza dall’impulso. È il ritratto di un Kasuga che non appartiene più né al mondo esterno né a se stesso, sospeso in un limbo di attesa, alla ricerca disperata di una scintilla che lo faccia sentire ancora vivo.
Oshimi ci lascia in bilico, disturbati e curiosi. È chiaro: ciò che verrà non sarà un semplice sviluppo narrativo, ma un vero e proprio crollo.
E in questa lenta preparazione al disastro, il lettore si trova a chiedersi: quale parte di me è davvero mia, e quale è solo il frutto delle voci che ho lasciato entrare?
Tu mi hai dato la tua vita, io ti ho dato il mio odio.
– Charles Baudelaire – Les Fleurs du mal

