Viaggio nella psiche disturbata: “I Fiori del Male” di Shuzo Oshimi vol. 7

Certe volte la realtà ci sembra così distante da sembrare un sogno.

Il vuoto ci divora, ci annulla, ci spegne.

Questo settimo volume de I Fiori del Male segna una frattura netta, quasi brutale, con quanto visto finora. Oshimi decide di stravolgere le carte in tavola, portando la narrazione su un piano nuovo, più maturo, più rarefatto, ma anche più doloroso. Se i primi sei volumi erano un vortice di follia adolescenziale, qui entriamo in un territorio diverso: il dopo, l’assenza, l’abisso del “non essere più”.

Il festival e il mancato gesto

La storia si apre con una scena di tensione estrema: Kasuga e Nakamura, sul palco del festival scolastico, sono pronti a compiere il gesto definitivo, l’atto che dovrebbe rivelare al mondo intero lo schifo e il marciume nascosto sotto la superficie di quella società di provincia.

Tutto è pronto. La loro unione raggiunge il culmine. Ma all’ultimo, succede l’imprevisto: è Nakamura a spingere via Kasuga, come se, per un attimo, volesse risparmiargli la caduta.

Lei sceglie di affrontare da sola quell’oscurità, ma non ne ha il tempo: la sicurezza li bracca, l’illusione del “gesto finale” si infrange.

E da quel momento… il vuoto.

Tre anni dopo: un altro Kasuga

Un salto temporale ci porta tre anni avanti. Kasuga è cresciuto, vive in una nuova città, frequenta le scuole superiori. È cambiato fisicamente, ma dentro di lui tutto è rimasto uguale: il vuoto che lo divora non è mai andato via.

È uno spettro che cammina tra i vivi. Uno zombie, incapace di sentirsi parte di nulla. Un ragazzo che porta sulle spalle il peso di un passato mai chiuso.

Eppure, in questa apatia, un dettaglio fa breccia: un incontro inaspettato. Una nuova conoscenza che, lentamente, riaccende in lui un piacere dimenticato, quasi proibito: la lettura. I libri tornano a offrirgli un rifugio, un senso, un briciolo di respiro.

La metamorfosi di Oshimi

Questo volume ha un ritmo particolare, spezzato in due: da un lato l’intensità quasi insostenibile dell’inizio, che riprende lo stile frenetico dei primi volumi; dall’altro una calma apparente, rarefatta, che accompagna la seconda parte.

Oshimi cambia registro con maestria, mostrando come il dolore e il vuoto possano assumere forme diverse: non solo l’esplosione e la follia, ma anche la silenziosa assenza, la rassegnazione.

Il livello narrativo e visivo si alza ancora. Il tratto diventa più maturo, essenziale, capace di trasmettere l’apatia e la disillusione di Kasuga con una potenza spaventosa. È la dimostrazione di quanto Oshimi riesca a scavare nell’animo umano, senza mai concedere un attimo di tregua al lettore.

L’alba di una nuova fase

Il settimo volume segna l’inizio di una seconda parte inevitabilmente più matura e pesante. Non siamo più spettatori della follia adolescenziale, ma del vuoto lasciato dalle sue conseguenze.

Kasuga è un sopravvissuto, ma sopravvivere non significa vivere. Il senso di alienazione, di incompletezza, pervade ogni pagina. Eppure, quella scintilla che ritorna, quella lettura che ricomincia, lascia intravedere la possibilità di un nuovo inizio.

Il finale incuriosisce, perché è evidente che la strada davanti a Kasuga non sarà lineare: il vuoto lo accompagnerà ancora, ma il lettore capisce che da qui in avanti il viaggio sarà diverso, inevitabilmente più introspettivo, più adulto, più disturbante.

Il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo!

– Charles Baudelaire – Les Fleurs du mal